Quando le menzogne hanno le gambe corte

La politica, quella alta, dovrebbe in ogni momento assumersi le proprie responsabilità, evitando di colpire l’avversario con la menzogna. Le bugie, come si sa, hanno sempre le gambe corte, ma la menzogna di stato rischia di trasformarsi in un vulnus democratico oltre che economico perché si danno al Paese notizie non vere, capaci di creare guasti non indifferenti. È ciò che è accaduto con l’arrivo di Tommaso Padoa-Schioppa nel maggio del 2006 alla guida del ministero dell’Economia. Appena seduto sulla poltrona di Quintino Sella, Padoa-Schioppa commissionò al compianto professor Faini una sorta di «due diligence» sui conti pubblici, con il sostanziale suggerimento di evidenziare un buco che non c’era. Il povero Faini, al termine di un lavoro frettoloso, parlò di un rapporto deficit-Pil che poteva superare in quell’anno il 4-4,2%, superiore di molto alle previsioni dell’uscente ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nei mesi estivi del 2006, a distanza cioè di 60 giorni dal suo insediamento, Tommaso Padoa-Schioppa inondò le agenzie di stampa con le notizie sullo sfascio della finanza pubblica ereditato del governo Berlusconi con la previsione di un deficit al 4,4 per cento. Un atteggiamento doppiamente irresponsabile per un ministro dell’Economia perché diffondeva panico sui mercati finanziari, drammatico per un Paese indebitato come il nostro, e per di più su notizie chiaramente false, come spiegammo a quell’epoca più volte da queste colonne. Ma la falsità di quelle comunicazioni e della stessa «due diligence» di Faini furono palesi quando, nella primavera dell’anno successivo, lo stesso Padoa-Schioppa annunciò, glorioso e trionfante, che il risanamento dei conti pubblici era ormai cosa fatta. Anche allora, noi che abbiamo fatto solo le scuole serali di economia, spiegammo all’economista Padoa-Schioppa che non era tecnicamente possibile che in pochi mesi si potesse risanare la finanza pubblica posto che c’è un tempo di latenza dopo l’approvazione delle norme sia per ridurre concretamente le spese, che per l’aumento delle entrate. In realtà, era avvenuta un’operazione uguale e contraria a quella del 2001, allorquando il governo Amato consegnò a Berlusconi un bilancio, certificando un disavanzo dell’1,9%, mentre era del 3,1%, come accertò anni dopo l’Eurostat. Alla stessa maniera nel 2006 Tommaso Padoa-Schioppa mise sulle spalle del bilancio di quell’anno il rimborso dell’Iva per le auto aziendali per circa 15 miliardi di euro, giusta sentenza della Corte di giustizia europea, oltre ad altri redditi pregressi in maniera tale da «urlare» un disavanzo al 4,4% che, dopo solo alcuni mesi, era stato più che dimezzato. Insomma, il vecchio trucco carta vince-carta perde. E badate bene che non è solo questione di contabilità formale, ma di sostanza. Quel famoso rimborso dell’Iva sulle auto aziendali, valutato 15 miliardi di euro, infatti, andava spalmato su più esercizi finanziari, tant’è che oggi l’Eurostat ha contabilizzato definitivamente per l’anno 2006 un disavanzo del 3,4% e non del 4,4% come aveva anticipato Padoa-Schioppa. Ma non è finita. Quel rimborso Iva non è mai stato attuato perché nei fatti è stato compensato con l’aumento dell’imponibile sulle aziende per gli anni 2006 e 2007. In parole semplici, quel gioco al massacrò che indicò a metà 2006 un disavanzo che non c’era, ha prodotto un aumento della pressione fiscale che nel biennio 2006-2007 è stato di ben 2,8 punti di Pil (42 miliardi di euro), preparando così l’Italia all’attuale stagnazione economica al netto degli effetti del ciclo internazionale. È questa la brutta storia di una puerile menzogna di stato, i cui costi stiamo ancora pagando e che mai come ora impone un finanziamento della crescita se non vogliamo definitivamente avvitarci nella spirale inflazione-recessione.
Geronimo