Quando «il Migliore» inneggiò al fascismo

Quando in Francia nel 1936 venne eletto al Governo, il Fronte popolare, capeggiato dal socialista Leon Blum, i comunisti italiani (il suo gruppo dirigente risiedeva a Parigi da anni) vissero l’avvenimento con esultanza.
L’esperimento che si stava realizzando non era una novità solo politica, bensì storica. La partecipazione del Partito comunista francese nel Governo del Fronte popolare significava, a confronto di quanto era stato sostenuto sino allora, un capovolgimento drastico sia nei rapporti politici e sia nei contenuti ideali.
I comunisti avevano sempre mantenuto, in precedenza, una tendenza del tutto ostile. E per dirla con schiettezza: anti unitaria. Invece, in quel periodo, i comunisti si prodigavano, convinti, a favore di una unità tra tutte le forze di sinistra. E in più, in questo contesto di per sé eccezionale, avevano sottoscritto (ed era una ulteriore sorpresa) un patto di solidarietà con il Partito socialista. E la nuova strategia politica, che oggi amalgamava tra loro comunisti, socialisti, radicali e repubblicani, avrebbe trovato terreno di applicazione pure in Spagna.
L’Urss, di fronte a questo rinnovamento o cambiamento di linea politica, dei comunisti francesi e spagnoli, come si sarebbe comportata?
La sua avversione era più che evidente. Anche se dimostrava di favorire, nella ufficialità, quello che avveniva, Stalin avrebbe giudicato la formula unitaria con sospetto. E non era una sorpresa.
Si sapeva che l’Urss rappresentava, per queste forme di democrazia avanzata, dopo la destra conservatrice, l’altro ostacolo. Ed era risaputo che i comunisti, indottrinati nella Terza Internazionale, avrebbero dato giudizi negativi nei confronti di chi non la pensasse come loro. In difesa della loro ideologia erano intransigenti.
Le direttive di Stalin sancivano che il socialismo, senza la fase obbligatoria di transizione della dittatura del proletariato, non si sarebbe potuto realizzare. Pertanto, gli «altri», tutti coloro che non si sarebbero attenuti ai suddetti principi, erano giudicati - e non sarebbe potuto succedere diversamente - nemici. Quindi chi avanzava dubbi e perplessità, andava combattuto con risolutezza sotto ogni aspetto. E i partiti socialisti, nell’ambito di questo progetto bolscevico d’internazionalizzazione, venivano inclusi anch’essi, senza attenuanti, essendo in odore di deviazionismo, nell’ultimo girone dei condannati.
Comunque, al di là delle divergenze, i comunisti francesi - dai risultati positivi che il Governo riusciva con il loro apporto a conseguire - ne andavano orgogliosi. L’entusiasmo era alle stelle. Si credeva a ciò che si faceva. Si manifestava con giubilo e, a volte, con forme irrefrenabili di giacobismo. La gente partecipava con fiducia ai cortei, ai raduni. Con la solidarietà si superavano barriere e divergenze politiche. Nascevano incontri nella spontaneità. Poi, si festeggiava anche cantando e ballando. Il ballo si praticava in ogni occasione. Si ballava nei rioni popolari, in campagna, nei circoli aziendali, nelle sale dei sindacati. Nella gente vi era gioia e speranza di essere prossimi ad un traguardo di cambiamento sociale mai raggiunto.
I consensi che la coalizione del Fronte popolare otteneva tra i lavoratori, in linea generale, non avrebbe avuto limiti. Nel prossimo futuro sarebbe stato un compito quasi impossibile scardinare, dalla testa di milioni di persone, quelle libertà conquistate dal popolo francese. Negli ambienti di lavoro si sarebbero raggiunte condizioni economiche impensabili. Le richieste rivendicative si estremizzavano. I sindacati proposero, addirittura, di ridurre a 36 ore la settimana lavorativa, senza la diminuzione del salario. Evviva! E, in conseguente di questo clima politico favorevole, qualcuno avrebbe immaginato che si sarebbe potuto trasformare una società borghese in una società socialista, senza passare, necessariamente, attraverso i canoni dell’ortodossia del comunismo.
Però, che da tutto quel fervore ideale, i comunisti italiani, residenti a Parigi, arrivassero ad esprimente compiacimento per le organizzazioni fasciste operanti in Italia, sarebbe stato una aberrazione.
Come si era arrivati a tanto?
Nella rivista teorica del Pci, Lo Stato operaio, che si pubblicava a Parigi, era apparso, nel numero di luglio-agosto del 1936, un articolo a dire poco spregiudicato già nel titolo: «Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano». Poi, nel contenuto dello scritto si riconosceva, senza mezze misure, in riferimento al Programma del Fascio del 1919, il merito di avere rivendicato a favore delle classi popolari.
E nel commento si aggiungeva, con franchezza inequivocabile, che si apprezzava il ruolo dei sindacati fascisti in Italia (siamo nel 1936), per le posizioni assunte a sostegno e in difesa dei lavoratori contro il padronato. E tra le richieste che si elencavano, a vantaggio delle «masse lavoratrici», ci sarebbero state (pure queste non sfuggivano all’attenzione dei comunisti in esilio) quelle avallate dallo stesso Mussolini. Il quale avrebbe imposto, con una circolare ai prefetti «... che nei luoghi di lavoro ci fossero comodi e decorosi refettori per gli operai...».
Il Pci si apriva al Fascismo?
Cosa rispondere all’interrogazione angosciante?
Fatto rimane che i comunisti, rendendosi conto, quasi subito, del danno che avevano prodotto, tentarono di scagionarsi. Così, si arrivò a sostenere che gli apprezzamenti elargiti al Fascismo fossero la conseguenza dell’entusiasmo in cui, lì in Francia, si viveva quella novità politica unitaria. In altre parole si imputava, con una posizione di autodifesa e confortata da testimonianze, alla passione, la causa dell’errore.
Che i giudizi espressi dal gruppo dirigente comunista italiano, con sede a Parigi, corrispondessero, in buona parte, alla situazione quasi idilliaca che nel frangente di tempo, si respirava - proprio in funzione di alleanze e di unità d’intenti tra varie formazioni politiche - poteva avere un fondo di verità. Però arrivare a tollerare ciò che si era affermato, nei confronti del fascismo, non reggeva.
Ci fu ancora un’altra ipotesi, sempre promossa da chi era alla ricerca spasmodica di trovare un rimedio qualsiasi che potesse sottrarre il Pci da quel pasticcio che, giorno dopo giorno, lievitava. Si pensò, allora, di dire che gli autori, del contenuto, fossero arrivati a tanto, perché si erano lasciati trasportare ed attrarre anche da un momento in cui il regime fascista si trovava al centro di tanti riconoscimenti elogiativi internazionali.
Infatti, l’Italia, nel giugno del 1936, aveva appena vinta la guerra con l’Etiopia e Mussolini non aveva esitato ad annettersi quel territorio. E quella azione non provocò alcuna protesta degli altri Stati. E se l’avvenimento coloniale italiano veniva sottaciuto dalla Francia e dall’Inghilterra, la Germania si espresse, pensando alle sue mire espansionistiche nelle zone danubiane, persino compiacendosi con l’Italia.
In definitiva Mussolini, artefice della complessa operazione diplomatica, venne proiettato al vertice dei consensi. Le masse italiane lo avrebbero osannato.
E al cospetto di tutto quello che nel nostro Paese avveniva, amplificato con demagogia dalla propaganda fascista, come non avrebbe potuto suggestionare - si sostenne - i comunisti italiani? Come rimanere, anche se comunisti - si sottolineava, in funzione sempre discolpante - insensibili ad un episodio di politica mondiale del genere? Comunque, pure qui, ci si aggrappava, per riflesso, all’euforia, additandola come unico movente disorientativo.
Nonostante si avanzassero appigli di rilievo, che avrebbero potuto in parte fuorviare e giustificare la faccenda, le valutazioni dei comunisti verso il fascismo rimanevano inconcepibili. Che l’apparato comunista fosse giunto ad esprimersi a favore dei fascisti, pubblicamente, era da non credere.
Eppure accadde!
Quell’Appello ai fratelli in camicia nera (l’articolo esordiva puntualizzando con tale sottotitolo) venne diffuso, con elencate, al termine dello scritto, le firme dei membri della direzione del Pci, tra cui la firma di Palmiro Togliatti.
Quest’ultima firma venne sovrapposta senza il suo consenso?
Chi avrebbe potuto osare tanto?
La questione fu sconcertante.
In altri termini stando a quel contenuto, si sarebbero cancellati anni di lotta avversa, si sarebbero depennati anni e anni vissuti dai comunisti con sofferenza.
La proposta di conciliazione con il fascismo avrebbe fatto dimenticare gli scontri di piazza, negli anni appena trascorsi, con esiti drammatici; le condanne, per centinaia e centinaia di militanti della sinistra, emanate dai tribunali speciali fascisti. E ciò che la direzione del Pci affermava nel documento, avrebbe pure significato dimenticare - come comunisti - della stessa condizione in cui oggi si trovavano da clandestini politici, in un paese straniero. Dimenticare d’essere fuggiti dall’Italia. Dimenticare d’essere perseguitati e, se arrestati da agenti dell’Ovra, finire in galera o al confine in isole sperdute nel Mediterraneo.
Era chiaro che la faccenda, all’interno del Partito, provocasse polemiche ed accuse furibonde. E che tra i dirigenti di maggiore spicco si esternassero critiche velenose. Vennero meno stili e comportamenti. Riemersero vecchi rancori, gelosie. Ci furono smentite e ritrattazioni. Pentimenti e autocritiche che si protrassero, mettendo a nudo il limite di un gruppo dirigente. E quantunque si perdurasse nella situazione di sbigottimento, non si riuscì a rintracciare e a scoprire per quale ragione nacque una simile considerazione nei confronti del fascismo.
E anche quando si trovarono, dopo indagini lunghe, tortuose e fatte da un ispettore del Partito, arrivato appositamente da Mosca, dei capri espiatori, si cercò di tamponare il danno, impedendone ogni successiva discussione. E una volta trovati i colpevoli (Ruggiero Grieco e Giuseppe Dozza vennero radiati dal Partito), il fatto fu cancellato per la futura memoria.
Come non fosse esistito. Senza dimenticare di distruggere tutte le copie rimaste in circolazione dell’opuscolo famigerato.
Si fecero sentire soltanto - e si protrassero a lungo - gli anatemi di Togliatti, dall’albergo Lux di Mosca, in cui era alloggiato e in prossimità di partire per la Spagna, dove era scoppiata la Guerra Civile.
Benché poi, Togliatti (sul quale sarà espresso giudizio critico molto tempo dopo, in particolare da Giorgio Amendola) non è che risultasse del tutto estraneo a quella «operazione politica».
Ogni aspetto avrebbe fatto pensare ad una sua occulta regia.
Anche qui, quelle idee, stando alla congettura, furono un eccesso valutativo di prospettiva politica? Oppure, anche se rischiosa, una provocazione machiavellica per fare scuotere il partito che languiva nell’inerzia?
Di Togliatti era doveroso ricordare che, nell’anno precedente a questo (nel 1935), tenne a Mosca, in una scuola di Partito - dove si formavano i futuri «rivoluzionari di professione» - delle «Lezioni sul Fascismo». E Togliatti espose, nell’occasione, una diagnosi sulle organizzazioni di massa del fascismo, con ineccepibile realismo. Affermò che il fascismo riusciva ad avere un forte ascendente nelle masse. Il regime oltre ad un pesante condizionamento nel campo scolastico, promuoveva una serie di attività di richiamo in ambito sportivo, teatrale, musicale, cinematografico, in tutta la cultura. Per questa ragione Togliatti esortava i comunisti in Italia a partecipare a ciò che promuoveva il fascismo, specie nei dopolavori e nei sindacati. E di impegnarsi, al loro interno, attivamente. I comunisti avrebbero dovuto aprirsi alle masse fasciste (più che al regime) in chiave anticapitalistica.
Ma fu evidente che, con quell’articolo, saltarono i parametri della sua tattica.
Osservatori di pagine complesse o scabrose della Storia del Pci ritengono l’episodio che capitò in Francia, nell’agosto del 1936, non abbia confronti.
Nemmeno l’indulto, emanato nel giugno del 1946 dallo stesso Togliatti, in qualità di Guardasigilli, che amnistiò i fascisti, fu tanto temerario. E neanche il tentativo, non riuscito, compiuto da Antonio Gramsci d’incontrare Gabriele D’Annunzio, nell’aprile del 1921, può essere paragonato alle volontà espresse da quello scritto.