Quando Mussolini creò la Genova che non c’era

Rino Di Stefano

Il 31 dicembre 1925 il «Secolo XIX» pubblicava la seguente notizia: «Ci telefonano da Roma: L’odierno consiglio dei ministri, riunitosi oggi, alle ore 16, a Palazzo Viminale, al completo con la presidenza dell’on. Mussolini, segretario l’on. Suardo, ha approvato, su proposta del ministro degli Interni, lo schema del decreto legge che provvede all’ampliamento della città di Genova, aggregando ad essa 19 comuni limitrofi, e cioé Apparizione, Bavari, Bolzaneto, Borzoli, Cornigliano Ligure, Molassana, Nervi, Pegli, Pontedecimo, Prà, Quarto dei Mille, Quinto al Mare, Rivarolo Ligure, Sampierdarena, San Quirico, Sant’Ilario Ligure, Sestri Ponente, Struppa, Voltri.
Portando i suoi estremi confini da Voltri a Nervi, a Pontedecimo, Genova aumenta di oltre due terzi la sua popolazione che dalla cifra di 304.108 (censimento 1921) salirà a quella di 541.562.
Il territorio della città di Genova non era stato modificato dal 1873, quando furono aggregati i comuni di Foce, San Francesco d’Albaro, Staglieno ed altri, che ora fanno parte con Genova un tutto armonico».
Proprio «armonica», in effetti, quell’integrazione non fu. Ancora oggi chi abita a Pegli o a Sestri Ponente, tanto per citare due quartieri a caso, quando deve andare in centro dice «Vado a Genova». E questo, appunto, la dice lunga su quanto si sentano «genovesi» coloro che vivono in periferia. Del resto, come diceva la buonanima di Enzo Tortora, da sempre ci sono due tipi di genovesi: quelli che nascono e vivono dentro le mura e quelli che, invece, conducono la loro esistenza fuori da quelle stesse mura. Intendendo per «mura» quelle medievali del Barbarossa che, grossomodo, andavano dall’attuale zona di Principe a corso Buenos Aires, prendendo come confine di levante il letto del Bisagno.
Infatti, anche storicamente, i genovesi sono sempre stati divisi in piccole comunità. Mussolini ha voluto far diventare Genova una grande città, anche contro il suo stesso volere. Ma l’inclinazione era un’altra. Il regio decreto legge del 15 aprile 1926 n.662, che modificava l’altro regio decreto legge del 14 gennaio 1926 n.74, sanciva d’autorità un’unione che i residenti di Genova e dintorni a larga maggioranza non volevano. Ognuno desiderava starsene per i fatti propri, com’è sempre stato uso e costume della gente ligure. Alla grande metropoli pensava solo Mussolini e il fascismo, non i genovesi. E il perché lo si vede nella storia della Superba. In rapidissima sintesi vediamo che già nel 1134 Genova era divisa in otto Compagne, cioé in associazioni di natura essenzialmente commerciale e militare tra nobili genovesi (che di fatto erano dei mercanti) e artefici (coloro che si dedicavano alle arti minori). Questi ultimi, resi liberi dai vescovi e dai feudatari, costituivano il popolo di Genova. Le Compagne, che prendevano il nome dalle contrade dove si formavano, erano Castello, Macagnana, Piazzalunga, San Lorenzo, della Porta, Soziglia, Porta Nuova e Borgo di Pré.
Nel 1797 (siamo già nel periodo napoleonico) la Repubblica Ligure divise i membri del proprio corpo legislativo in venti dipartimenti: Centro (Genova), Delle Palme (San Remo), Capo Verde (Diano), Della Maremola (Pietra), Del Letimbro (Savona), Della Cerusa (Voltri), Della Polcevera (Rivarolo), Del Lemmo (Gavi), Monti Liguri Occidentali (Rocchetta), Monti Liguri Orientali (Ottone), Del Bisagno (San Martino d’Albaro), Del Golfo del Tigullio (Rapallo), Dell’Entella (Chiavari), Del Vara (Levanto) Del Golfo di Venera (Spezia).
Il 28 aprile 1798 la legge n.72 divideva il territorio in venti giurisdizioni, mentre il 27 maggio 1803 le giurisdizioni venivano accorpate a sei: del Centro (Genova), del Lemmo (Basso Piemonte), dell’Entella (Tigullio), del Golfo di Venere (Spezia), Colombo (Savona), degli Ulivi (Ponente ligure).
Insomma, il progresso urbanistico per molti versi imponeva una razionalizzazione del territorio limitando il numero delle amministrazioni locali le cui spese, man mano che gli anni passavano, andavano lievitando sempre di più. L’unificazione voluta da Mussolini, dunque, deve per forza di cose intendersi come una naturale evoluzione di questo concetto. Anche se, nonostante tutto, il progresso urbanistico e amministrativo non è stato accompagnato da un’eguale apertura socio-culturale degli abitanti interessati ai cambiamenti. Del resto, piccolo è bello. E in Liguria, e a Genova in particolare, questa è una verità molto difficile da estirpare.