Quando Pavese voleva sdoganare i repubblichini

Il «Secolo d’Italia», ricordando il centenario, si chiede da che parte stava lo scrittore. Ultimo dibattito su un’epoca che l’Italia non riesce a digerire

La morte volontaria di Cesare Pavese fece attribuire a Constance Dowling il ruolo del detonatore e al disadattamento dello scrittore quello dell’esplosivo. Aver sfiorato la bella attrice americana sconvolse lo scrittore? Forse fatale non fu il desiderio per lei, quanto il divario fra Italietta di lui, americanista che almeno sapeva l’inglese (a differenza di Elio Vittorini), e Stati Uniti. Insomma fra chi, cinque anni dopo la guerra, ancora ragionava per fascismo e antifascismo, e chi da quasi due secoli ragionava per continenti.
Fascismo e antifascismo - intuì Pavese - avrebbero assillato l’Italia ancora per decenni. Non si sbagliava: l’altro giorno ministro della Difesa e presidente della Repubblica hanno avuto da discuterne. E il Secolo d’Italia ieri titolava «Cesare Pavese, un autore che a destra... » un articolo di Marco Iacona sul centenario della nascita di Pavese. Un autore che a destra... manca? Che a destra... piace? Che a destra... starebbe bene? Soluzioni verosimili per gli uni, appropriazione indebita per gli altri. Etichettare gli autori resta conditio sine qua non per indurre a leggerli chi ragiona per schieramento, non per continenti; e per provocare logori casi letterari in un Paese che non legge l’essenziale e pubblica il superfluo.
Ma restiamo a «destra», eufemismo in rima con neofascismo. Qui chi avrebbe letto (leggerebbe) i libri d’amore e nostalgia di Brasillach, senza la sua fucilazione? O quelli di rabbia e puntini di sospensione di Céline, senza la sua giudeofobia? O quelli di solitudine e galosce di Hamsun, senza la sua detenzione? O, infine, quelli di gayezza e malinconia di Mishima, senza il suo suicidio?
Poiché Pavese nel dopoguerra s’iscrisse al Pci, la «destra» deve ricorrere a una citazione apotropaica: il passo della Casa in collina sui morti della Repubblica sociale italiana (Rsi). E rammentare la sua volontà - frustrata da Italo Calvino, col cadavere di Pavese ancora caldo - di pubblicare presso Einaudi Tiro al piccione del reduce della Rsi Giose Romanelli. Già in bozze (si veda la recente raccolta di Cesare Pavese, Officina Einaudi, Einaudi), il romanzo uscirà solo nel 1953, nella «Medusa degli italiani» di Mondadori.
In questo caso, chi scoprì e chi censurò il romanzo di Rimanelli? A proporlo a Enzo Paci, che si occupava della collana mondadoriana, fu infatti Elio Vittorini, che - come Calvino - l’aveva sconsigliato alla Einaudi (dove comunque apparirà nel 1991 a opera di Oreste Del Buono)!
A stare al gioco delle etichette da sostituire con un’altra, apparentemente contraria, si potrebbe citare all’infinito. Limitiamoci al giro dell’Einaudi anni Trenta-Quaranta. Saggi importanti come La collana viola di Cesare Pavese e Ernesto De Martino (a cura di Pietro Angelini, Bollati Boringhieri), Pensare i libri di Luisa Mangoni (Bollati Boringhieri), Politica e storia contemporanea di Delio Cantimori (a cura di Luisa Mangoni, Einaudi) e Letteratura, arte e società di Elio Vittorini (a cura di Raffaelle Redondi, Einaudi, ora ristampato) hanno fatto luce. Se ne deduce che non solo Pavese, ma anche e molto di più Vittorini e Cantimori subirono la tentazione fascista; che a lungo, nel dopoguerra, la loro tentazione fu rimossa.
Più che tirarli di qui e di là, un esame serio porta a capire quanto sottile sia stato per gli intellettuali il confine - specie fra l’estate 1939 e la primavera 1941 del patto di non aggressione fra Germania e Unione Sovietica - fra le visioni del mondo incarnate da quegli immensi Paesi. Ma solo il secondo ragionava per continenti, come gli Stati Uniti di Constance Dowling.
Questione di lana caprina oggi? No. Chi in Italia ha sessantatré anni, non ha vissuto un giorno di fascismo né, ovviamente, di comunismo. Eppure, quale che sia l’età degli italiani, essi sono costantemente riportati dal dibattito politico a quell’epoca. È normale? Avrebbe potuto il Sessantotto dibattere sulla sconfitta di Adua, distante allora quanto la fine del fascismo lo è dal battibecco istituzionale dell’altro giorno?
A seguire la psicanalisi, si direbbe che l’Italia - come la Francia, la Spagna, la Germania e perfino la Svizzera - subisca «il ritorno del rimosso con la stessa forza delle rimozione». Ma fascismo e comunismo non sono stati mai rimossi. E allora perché quest’ossessione?