Quando Sciascia mi rivelò i dubbi su Orlando

Prima di morire lo scrittore ricevette la visita dell’ex sindaco: «Forse per scusarsi attaccò i pm. Allora capii che io ero finito»

Vent’anni fa, il 10 gennaio 1987, il Corriere della sera pubblicò un articolo di Leonardo Sciascia intitolato «I professionisti dell’antimafia». Sciascia polemizzava con il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e con quei magistrati che a Palermo e in Sicilia, e anche nel Consiglio superiore della magistratura, avevano fatto dell’antimafia uno strumento di potere e di lotta tra le fazioni, come era avvenuto durante il fascismo, e ammoniva contro il ricorso agli arbitri e alle leggi speciali, che non avevano mai debellato la mafia, anzi l’avevano rafforzata: «La democrazia non è impotente a combattere la mafia - scriveva Sciascia -. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette, come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano, saremmo perduti irrimediabilmente. Come nemmeno il fascismo c’è riuscito». Sciascia fu linciato, fu definito un «quaquaraquà», l’estrema ingiuria dei mafiosi, e fu messo «ai margini della società civile», gli fecero il vuoto intorno, gli avvelenarono gli ultimi anni di vita, ne morì due anni dopo.
Vent’anni dopo il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista ha invitato coloro che allora insultarono Sciascia, tra cui alcuni illustri giornalisti, a chiedergli scusa. Hanno replicato a Battista, oltre che l’ex sindaco Orlando, ora deputato del partito di Antonio Di Pietro, Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale ucciso dalla mafia, Emanuele Macaluso e Giuseppe Di Lello, un magistrato siciliano che fu molto amico di Giovanni Falcone e non fu mai un professionista dell’antimafia, e ora è senatore di Rifondazione comunista. Orlando ha tentato di giustificarsi, riconoscendo che «Sciascia diceva cose giuste»,ma che «fu strumentalizzato». Nando Dalla Chiesa ha scritto che «non si pente» e che «non c’è da chiedere scusa di nulla», e ha ribadito che quell’attacco di Sciascia avrebbe prodotto effetti micidiali, come la carneficina di cinque anni dopo, quando furono assassinati anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E ricordando la polemica di Sciascia sulla nomina di Paolo Borsellino a procuratore capo a Marsala per meriti antimafia, si domanda: «Non è che per caso qualcuno deve chiedere scusa a Borsellino?».
Emanuele Macaluso ha ripubblicato l’articolo che scrisse in quell’occasione, in cui sosteneva che Sciascia aveva ragione nel sostenere che la mafia si può combattere solo con la legge, con il garantismo e con la democrazia, e che non si può affidare solo ai giudici la lotta alla mafia, ma sbagliava nell’individuare dove stava il pericolo principale, che non era nei cortei dei giovani di Palermo e nemmeno nel sindaco, ma nei tentativi di restaurazione di quelle forze politiche che inceppano il pieno funzionamento della democrazia. Giuseppe Di Lello riconosce che in nome della lotta alla mafia spesso si erano accettate storture del sistema democratico, ma rivendica la tradizione democratica della sinistra e ricorda il monito di Girolamo Li Causi, «né mafia, né Mori» (Mori, il prefetto di ferro inviato dal fascismo in Sicilia per metterla a ferro e fuoco, usando mezzi legali e illegali): «L’assonanza di Sciascia con questo principio - scrive Di Lello - è completa. Rimane il valore in sé del monito di Sciascia, e prima ancora di Li Causi, sul rispetto delle regole anche, ma non solo, nella lotta alla mafia».
Una domanda andrebbe posta, prima di decidere chi aveva ragione e a chi fare le scuse. Che cosa è successo in questi venti anni che sono passati da quell’articolo di Sciascia? Che cosa ne è stato, in questi vent’anni, della mafia e dell’antimafia? Chi ha vinto e chi ha perso? E sono state maggiormente rispettate le regole, come invocava Sciascia? Sono state abolite le leggi speciali, è prevalsa la bilancia, il simbolo della giustizia, oppure sono prevalse le manette invocate dai fanatici dell’antimafia? Che cosa avrebbe detto Sciascia della legge sui «pentiti» e della gestione «dinamica» dei pentiti? Che cosa avrebbe detto Sciascia dell’invenzione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa? E dell’articolo 41 bis, l’elogio della tortura? E del processo a Giulio Andreotti? E del processo al più illustre dei magistrati italiani, Corrado Carnevale? E a decine e decine di uomini politici sulla sola base delle accuse di assassini liberati in cambio dalle carceri e pagati dallo Stato? Ci fu la carneficina della mafia, come ricorda Nando Dalla Chiesa, e durò un paio d’anni, e poi ci fu la carneficina dell’antimafia, che dura da 15 anni e non è finita. Quale ha fatto più danno? L’uso politico della giustizia ha distrutto un’intera classe dirigente, lasciando le regioni meridionali sempre più in balia della mafia, della 'ndrangheta, della camorra. E che dire del più importante quotidiano italiano, il Corriere della sera, quello sul quale Sciascia ha scritto dei professionisti dell’antimafia e che lo celebra vent’anni dopo, e che per vent’anni ha spalleggiato e celebrato i professionisti delle manette, fino a pubblicare gli avvisi di reato al presidente del Consiglio e al governo della Repubblica prima ancora che gli fossero notificati? Avrebbe potuto mai immaginare Leonardo Sciascia, pur nel suo volterriano pessimismo, che saremmo arrivati a questo prepotere e strapotere dei magistrati, all’esproprio della politica, al prevalere del Consiglio superiore della magistratura sul Parlamento?
Ero a Palermo, a casa di Sciascia, due anni dopo quell’articolo, una settimana prima che morisse. Sciascia era pallido, magrissimo, sofferente, girava per lo studio in pigiama, non si vestiva più, non usciva nemmeno più per andare a farsi la dialisi. Mi allontanai per qualche ora perché Sciascia doveva ricevere Leoluca Orlando, che insisteva da tempo per parlargli. Quando tornai, lo trovai seduto sulla poltrona, lo sguardo perso nel vuoto. Restò a lungo silenzioso, poi mi disse, prima che glielo chiedessi: «Ha parlato solo lui. Non ho capito perché ha voluto vedermi. Ha parlato contro i magistrati e la Procura di Palermo, forse per scusarsi della polemica di due anni fa. Ha detto che io resterò nella storia e che mi portava la stima della città. Ho capito che sono finito. Siamo finiti... ».