Quando la sinistra diventa politicamente scorretta

da Roma

E dire che un tempo a sinistra era d’obbligo il lessico forbito. Palmiro Togliatti intingeva la stilografica nell’inchiostro verde e apostrofava i giornalisti (anche i più ostili) con un rigorosissimo Ella. Alessandro Natta infilava il suo amato latino un po’ dovunque, e Nichi Vendola ha confessato che una volta, per scrivergli una lettera, si ripassò tutto Catullo per estrapolare una citazione dotta e prepararsi a sostenere il dialogo. Mino Martinazzoli aveva una citazione dei Promessi sposi per ogni problema politico.
Oggi, invece, è il contrario: pare che i leader del centrosinistra facciano a gara per dimostrare chi di loro è il più «popular», ricorrono spesso alle frasi gergali, al romanesco d’ufficio, ai modi di dire corrivi, se non politicamente scorretti. E ieri la Liberazione di Piero Sansonetti (sempre vigilante) ha messo legittimamente nel mirino, con un corsivo di prima pagina, Massimo D’Alema, che rispondendo ai giornalisti si è prodotto in un orgogliosissimo: «Non ho mica l’anello al naso». Seguiva citazione integrale del presidente dei Ds: «Ci si rivolge a noi come se avessimo l’anello al naso, come se fossimo dei selvaggi che devono essere istruiti… Ma noi siamo una grande forza di governo, eravamo al governo quando Blair e Zapatero erano all’opposizione, non abbiamo nulla da imparare da Blair e Zapatero…». Caspita. Intinge la penna nel sarcasmo il corsivista di Liberazione: «L’uso della metafora sull’anello al naso e sul selvaggio (ci mancava poco che dicesse: “Non siamo mica negri”) indica un’idea un po’ incerta, sui rapporti tra il nord e il sud del mondo. Sono modi di esprimersi alquanto volgari e un pochino reazionari”. Una coincidenza? Una défaillance? Il quotidiano comunista non ne è affatto convinto: «Del resto qualche mese fa Fassino se la prese, con sdegno, contro i pellerossa che attaccavano i treni americani con le frecce e con l’arco». Annota Liberazione: «Purtroppo ci sono parecchi segnali che ci dicono che questo uso disinvolto della parola non è forse casuale». Non sappiamo se le conclusioni del quotidiano siano la spiegazione giusta, certo l’intuizione «investigativa» è buona. Basta aprire i giornali per vedere che quei leader, di questi tempi, abusano del vernacolo, riciclano le battute dei b-movie, oppure il riabilitato Totò, evocato ieri persino dal correttissimo Walter Veltroni per dire: «Non abbiamo mica fatto il militare a Cuneo». Sempre Fassino ci fece sapere che per lui il Pci non «stava mica dalla parte dei poveracci», e Romano Prodi è ricorso a una esclamativa inequicovabile: «Mammaliturchi!». Chi glielo spiega agli interessati (che già si considerano parte dell’Unione) che a evocarli come barbari è l’ex presidente della Commissione? Francesco Rutelli dal canto suo si è efficacemente appropriato del popolarissimo detto sul «pane e cicoria» (che non ha mai mangiato), ama usare il termine «fregnacce» (lo usò in una Festa dell’Unità persino per Martinazzoli) per definire le opinioni degli avversari e le promesse di Berlusconi. E anche D’Alema quando, mentre parlava della sconfitta ulivista, una donna lo apostrofò dicendo: «Abbiamo perso perché la sinistra non c’era», rispose: «Signora non diciamo fregnacce!». Clemente Mastella, quando deve sintetizzare le sue analisi politiche ricorre a un verbo che avrebbe fatto imbufalire le femministe e che gli viene dal suo lessico sudista: «Rutelli vuole fottere Prodi», e così via, variando il soggetto, ma mantenendo invariata la vivida immagine.
Se non si può concludere che gente come D’Alema e Fassino sia improvvisamente diventata razzista, è interessante osservare i cicli di mutazione del sinistrese: c’è stato un quinquennio, all’inizio degli Anni Novanta, in cui in una riunione dei Ds non si poteva iniziare a parlare se non si declinava ogni saluto in forma duale, e con una rigida preferenza di genere: «Compagne e compagni», «Lavoratrici e lavoratori», «Iscritte ed iscritti». E ci sono stati giorni in cui dentro il governo si rischiava la crisi se (riferendosi a donne) si parlava di «ministri» e non di «ministre». Prima ci si distingueva per la ricerca di un’eleganza formale, poi ci si impegnava alla morte per il politicamente corretto, adesso il modello è il politico-monnezza (nel senso cinematografico), che parla come Thomas Milian, fa molta simpatia e sembra tanto alla mano. Forse fra questi cliché così diversi bisognerebbe trovare una via di mezzo, o comunque una formula che suoni meno artefatta. Gli stessi leader del centrosinistra che un tempo crocifiggevano Umberto Bossi sembrano pian piano aver assimilato la sua «lezione», definitivamente arresi al fascino pericoloso del parla-come-mangi. Ma il problema, con questi politici «del muretto», non è il moto di sdegno buonista per le loro frasi. E che sia quando parlano il politicamente corretto, sia quando giocano con lo slang, suonano di moneta falsa lontano un chilometro.