Quando smascherai il passato di Waldheim

L’ufficio viennese del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal era piccolo, disordinato, carte dappertutto. Di Kurt Waldheim, allora misterioso presidente austriaco in odore di passato nazista, Simon, che mi aveva concesso svariate interviste, parlava, certo, come di un personaggio con un passato controverso; tuttavia Wiesenthal aveva dichiarato pubblicamente che il presidente non era stato nazista, né un criminale di guerra. Silvana Origlia però, non era d’accordo. La giovane, una donna intensa dai capelli ricci e scuri, esperta di antisemitismo, intenta a una personale lotta col passato nazista dell’Austria, già dall’83 lavorava con Wiesenthal, che adorava, e aveva in mano le prove.
La incontrai nell’ufficio mentre classificava le carte dei nazisti cui Simon dava la caccia, era il lavoro del suo cuore e della sua vita, le accuse che più tardi le sono piovute addosso di aver tradito Wiesenthal l’hanno ferita come pugnalate, ancora di più del fatto di restare senza lavoro e senza gli antichi amici. Con mio stupore scoprii subito che parlava bene italiano. Presto diventammo amiche, e dopo molte imprese giornalistiche comuni, Silvana mi dette appuntamento fuori dall’ufficio perché oltre alla devozione per Wiesenthal, più forte in lei era una passione per la giustizia che non poteva essere tacitata. Silvana di nascosto mi mostrò una lettera e tre documenti diretti a Wiesenthal dallo storico inglese Gerald Fleming a causa delle quali, dopo molte verifiche e expertise promosse dalla direzione del mio giornale, potei pubblicare nell’ottobre dell’87 su Epoca un indizio decisivo su Waldheim.
La commissione di sei storici incaricati nell’88 di stabilire le responsabilità dell’allora nono Presidente austriaco che pure aveva, si disse, un atteggiamento molto morbido verso l’ex segretario dell’Onu, dovette dichiarare che, persino se non aveva le prove che Waldheim avesse «personalmente» commesso crimini di guerra, pure «era stato in diretta prossimità con azioni criminali». Fu certamente grazie al coraggio di Silvana Origlia, e all’accuratezza con cui Alberto Statera e Nini Briglia, allora direttori di Epoca, verificarono con noi le prove che portammo loro, che fu fatta luce sulla figura di Kurt Waldheim, morto ieri a Vienna a 88 anni dopo un cursus honorum sfacciato e controverso, carico delle ombre della sua appartenenza e del suo ruolo nell’esercito tedesco.
Era difficile pensare che Waldheim non sapesse delle atrocità commesse dal suo comandante, il generale Lohr che fu condannato a morte e impiccato per crimini di guerra nel 1947. È di quel periodo la deportazione da Salonicco di 40mila ebrei, e la negazione di Waldheim di qualsiasi conoscenza del fatto risultava già molto debole. Si parlò allora anche delle prove della partecipazione organizzativa di Waldheim alla deportazione dalla stazione di Atene di migliaia di soldati italiani.
Insieme con Silvana ci eravamo avventurate in parecchie storie di cui si trova traccia su Epoca e più tardi sull’Espresso; ci infiltrammo presso un boss neonazista, Burger, che viveva in una casetta bianca nel verde austriaco e che ci offrì panna e bomboloni descrivendoci le sue sinistre gesta. Scovammo in un ospizio per vecchi il boia di Marzabotto Walter Reder in mezzo alla neve, e i cani lupi ci rincorsero. Waldheim l’avevamo già conosciuto insieme in una nostra pazzesca incursione dentro il Palazzo Hofburg, senza permesso, per un’intervista alla vigilia di una sua famosa e controversa visita al Papa, nel 1987. Waldheim, solo nelle sale dorate, ci ricevette e ci parlò, cerimonioso e melanconico; i nostri sospetti su di lui si rafforzarono anche per il tono delle sue risposte. Dopo qualche mese, ecco la lettere di Fleming, che provano con tre documenti allegati un ruolo serio durante il servizio militare e un crimine di guerra.
Dal ’72 all’82, Waldheim, dopo U Thant, era diventato segretario generale delle Nazioni Unite; durante il suo mandato le più estreme risoluzioni antiisraeliane furono votate; svariate strutture fisse dedicate alla causa palestinese furono istituzionalizzate in misura sporporzionata rispetto a qualsiasi altra nuova struttura; soprattutto la infame risoluzione «sionismo eguale razzismo» nel novembre del ’75... Molti parlavano di un ricatto in corso che inchiodava Waldheim alla politica filoaraba. Quando Kurt Waldheim diventò presidente, Wiesenthal fu più volte richiesto di dare il suo autorevole parere sull’individuo e di specificare se si trattava di un criminale nazista o no, ma si tirò indietro. «Per caso - racconta Silvana - senza intenzione, mi trovai per le mani la lettera di Fleming che diceva: “Caro signor Wiesenthal, oggi le invio alcuni reperti che ho trovato compiendo un’indagine sul ruolo del comandante della Prinz Eugen, si tratta solo di frammenti... riguardanti le comunicazioni tra l’IC AO (O3) del Gruppo armata E (ne faceva parte Waldheim ndr) e dell’IC/AO/03 presso il comandante supremo sudest... non c’è bisogno che io le dia ulteriori chiarimenti... dalle carte risulta con la massima chiarezza che in base all’ordine del Führer è stato praticato l’assassinio (sottolineato in rosso). Che queste carte non si trovino solo in mio possesso, io lo temo. Per quanto mi riguarda, però, non ho nessuna intenzione di renderle pubbliche”». Waldheim, si vede dai documenti, chiedeva di poter attuare la «sonderbehandlung» (fucilazione) di tre prigionieri tutti in divisa, un marinaio greco e due soldati britannici. Urgesi decisione, si chiudeva il dispaccio.
Wiesenthal non volle parlare: probabilmente lo preoccupava prendere posizione contro un presidente del suo Paese e temeva forse una reazione antisemita dei suoi concittadini. Da vecchia star offesa, condannò più volte in pubblico il mio articolo e punì Silvana con un ostracismo che essa ha pagato per molti anni, anche se lo scopo del nostro lavoro non era stato certo quello di prendercela con lui, ma di denunciare Waldheim. A Roma giunsero molti giornalisti da tutto il mondo per sentire me e Silvana raccontare come tutti i sospetti puntatisi su Waldheim avevano trovato finalmente delle pezze d’appoggio.
Fiamma Nirenstein
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