Quando Togliatti fu beffato da quella spia dell’Osteria

A Togliatti capitò di vivere, alla vigilia degli anni ’30, una vicenda - a dire poco - dissacrante. Ovviamente mai menzionata dagli storici ufficiali del PCI (tipo Paolo Spriano e Ernesto Ragionieri) o depositari del pensiero togliattiano (come Aldo Agosti e Giuseppe Vacca).
Tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo del 1929, si tenne a Berlino (la Germania, sino che non andò al potere Hitler nel 1933, venne governata da coalizioni alternativamente democratiche) un incontro tra delegazioni di comunisti europei. E Togliatti volle ascoltare - alla conclusione dei lavori e soprassedendo sui resoconti che si sarebbero formulati di norma - le impressioni che ne avrebbe appreso un delegato italiano. E la scelta, su cui Togliatti espresse di interloquire, ricadde su un rappresentante dei comunisti marittimi (o Lavoratori del Mare) di Genova.
Così, questo «compagno», prima di fare ritorno in Italia ebbe il privilegio di conversare con il «grande capo», in una saletta interna al Cafè Cigaro, un locale di Parigi, situato nei pressi della Gare de Lyon.
E sino qui, nulla da eccepire.
Che il Segretario Generale del PCI desiderasse conoscere ciò che avrebbe potuto assimilare un militante di base, inviato da una città industriale come Genova, ad una assise comunista di livello internazionale (tra gli altri vi parteciparono: Humbert-Droz; Ernest Fischer; Josip Broz-Tito; Ernest Thalman; ecc.) poteva essere considerato un aspetto più che positivo. Poi, da uno zelante come si sapeva essere Togliatti, non ci sarebbe stato da meravigliarsi. Per tanto il fatto avrebbe potuto essere giudicato un esempio tipico di quel suo agire. Non altro.
E il «prescelto», in questione, non si lasciò sfuggire la ghiotta opportunità. E diciamo pure una occasione storicamente irripetibile. Infatti egli riferì a Togliatti tutto quanto aveva potuto comprendere da quei dottissimi interventi politici. E lo esternò talmente con entusiasmo e convinzione che Togliatti - rimanendone compiaciuto - gli firmò con la matita rossa, autenticandoli con il nome di «Ercoli», persino alcuni documenti che costui avrebbe dovuto consegnare, con segretezza, all’organizzazione clandestina che operava a Genova.
Vi è dell’incredibile?
E se il fatto non nascondesse una sorpresa, avrebbe potuto rimanere ancora nei presupposti della tolleranza cospirativa.
Non andò nella congettura pensata.
Si verrà a sapere che l’individuo, con cui Togliatti si era voluto incontrare, affidandogli in più degli incartamenti, non era che un agente appartenente alla Polizia investigativa, al servizio di Mussolini, camuffato da comunista.
E se l’esito dell’operazione, compiuta dalla spia, venne considerata dagli inquirenti brillantemente, per il PCI fu catastrofica. Con le indicazioni fornite - dal personaggio - fu possibile, da parte fascista non solo annientare con decine di arresti il coordinamento dei comunisti di Genova, ma aggiornare il Casellario Politico Centrale di Roma con riferimenti di certezza e con informazioni che riguardavano anche dirigenti antifascisti di altri paesi.
Che dire?
È impossibile non rimanere stupefatti dal comportamento del «Migliore». Nascono dei dubbi. E perché non sospetti per la disinvoltura con cui Togliatti ha agito?
Appare alquanto strano che un dirigente politico, come egli veniva considerato all’epoca (aveva già assimilato una esperienza cospirativa collaudata in diversi ambienti politici internazionali) si fosse fatto abbindolare in quella maniera umiliante. E se dell’episodio non ci fosse la controprova degli Archivi a porre conferma su quanto è accaduto (in un faldone su Togliatti, custodito nell’Archivio di Stato dell’Eur, vi è conservato ciò che firmò con il nome di «Ercoli» e che l’agente aveva depositato con scrupolo nella Questura di Genova a cui dipendeva) la circostanza assumerebbe, quasi, un sapore - dato lo smacco subito - inverosimile.
Dell’avvenimento ha avuto modo di parlarne anche la studiosa Roberta Foggia in un articolo-saggio, pubblicato nella rivista «Nuova Storia Contemporanea», nel 2004, suscitando non poche polemiche. Poi, oltre a questa ricerca, che rimane un riferimento utile, il fatto - con specificità su Togliatti - era stato riproposto qualche lustro fa, nel 1983, quando codesta spia (all’epoca, presumibilmente, in pensione) concedette un’intervista a un quotidiano genovese, in quattro ampie puntate, dove venivano inventariate le sue «gesta». Tra l’altro descritte senza vergognarsi. Anzi, questi era paragonabile ad un vetusto attore filodrammatico, che stesse esibendo glorie e trofei di merito, invece denuncie infamanti a cittadini antifascisti, che avrebbe mandato in galera e alla deportazione. Tra loro, il gruppo di giovani cattolici di Bergamo, dove Carlo Bianchi venne fucilato e Teresio Olivelli morì, dopo essere stato deportato nel campo di concentramento ad Hersbruch. E, in quel suo «diario» rievocativo di misfatti, non avrebbe dimenticato di soffermarsi - aggiungendoci fantasia - della vicenda in questione, in cui venne fregato Togliatti.
Su ciò che si sta dicendo posso aggiungere, riallacciandomi ad un periodo di tempo trapassato, quando frequentavo l’Istituto di ricerche sul Movimento Operaio Ligure, gestito da Gaetano Perillo (un maestro di Storia, oggi, lasciato cadere nell’oblio), che venni a conoscenza delle vicissitudini e dei drammi che riuscì a causare all’antifascismo di Genova, Luca Osteria. Perché, l’individuo si faceva chiamare nel modo. E in qualche occasione - di lui - me ne fece cenno anche lo stesso Perillo. Perillo ebbe modo di conoscerlo - mi confessava - di persona. Aggiungendo: «sciaguratamente».
Però, di quegli avvenimenti non si era mai data diffusione. Si tendeva citarlo quasi con riservatezza. Sottovoce. E in quell’ambiente di studio soltanto. Come se il nome Osteria potesse rievocare tasti dolenti. O che potesse farci sconfinare in episodi altrettanto angoscianti. Venendo a sapere che dei militanti comunisti, nella lunga e penosa detenzione, sarebbero crollati e soggiaciuti a ricatti... E che avremmo potuto trovarceli, qualche volta - questo il peggio - seduti accanto a noi. Anche possibile in una Assemblea. Come niente fosse.
Meglio, a quel punto, prevalesse il celare.
Inoltre, su il nome Luca Osteria si riteneva non vi fosse certezza. E data la sua «professionalità» - era più che avveduto - non si escludeva che egli si fosse premurato di modificare ogni traccia di attendibilità. Secondo le ricostruzioni Luca Osteria nasce a Genova nel 1905 da una famiglia di umili condizioni sociali, nella zona del Lagaccio. Dopo la morte del padre, perito combattendo nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918), dovette interrompere le scuole ed imbarcarsi come mozzo sulle navi mercantili. Da autodidatta continuò a studiare. Nutrì anche passione per il disegno. Quando a vent’anni venne chiamato per il servizio Militare, venne ammesso, come orfano di guerra, a frequentare un Corso per Sottufficiali, all’Istituto della Marina a Porto d’Anzio. Nel periodo fa pure l’attendente all’Ammiraglio Costanzo Ciano. Il quale non tardò di scorgere nel giovane qualità psicologiche adatte - e non si sarebbe sbagliato - per compiti «informativi». Da lì, sarà incorporato nei Servizi Segreti del Ministero degli Interni...
Osteria, oltre avere appartenuto ai Servizi dello spionaggio e all’Ovra, consolidando il suo prestigio facendo catturare - si è detto - tanti antifascisti di ogni appartenenza politica in Italia e in Francia (dove in questo paese vi era concentrata l’emigrazione più numerosa di italiani), nel 1943, dopo l’8 Settembre, non esitò di mettersi alle dipendenze dello spionaggio nazista (Gestapo), che aveva la sede Centrale a Milano.
Di seguito, verso la fine del 1944, quando il clima bellico tendeva al cambiamento e si poteva prevedere la disfatta tedesca e fascista, Osteria si prodigò, in vari modi, per fare liberare dal Carcere di San Vittore di Milano alcuni antifascisti di spicco, tra cui Ferruccio Parri.
Alla fine di febbraio del 1945 - quando la Liberazione era ormai imminente - egli riuscì con uno stratagemma ad oltrepassare la frontiera con la Svizzera e, a Locarno, consegnarsi all’Ambasciata inglese...
Dopo la Liberazione lo ritroviamo a Roma, a fianco di Parri. Il quale venne eletto Presidente del Consiglio. E per Parri, Osteria rappresentò il punto dolente.
E mai si è potuto appurare, con dovizia di analisi, cosa tra loro ci potesse essere. Per Parri gli inquietanti interrogativi si riferiscono, proprio, al periodo della sua gestione governativa. Non si fece scrupolo di riabilitare ex agenti del Servizio Segreto fascista e sottoporli alle dipendenze di Osteria.
Parri avrebbe voluto che indagassero, soprattutto, sul PCI?
È pensabile che Parri temesse, da parte comunista, un colpo di Stato. La situazione politica, nei giorni della Liberazione, era entusiastica e anche colma di attese - da parte della sinistra - per un cambiamento estremistico.
Il da farsi di Parri si aggravò di sospetti, quando i suoi contatti con Osteria continuò ad averli anche dopo le sue dimissioni da Capo del Governo, avvenute nel dicembre 1945.
Fu Pietro Nenni, in qualità di Alto Commissario per l’Epurazione, ad ordinare di rintracciare la spia. Non era da escludere che qualcuno gliela avesse segnalata. Magari consegnandogli una vecchia edizione de «L’Unità», del gennaio 1930, dove veniva pubblicata la foto di Osteria indicandolo: «Una spia». E tratteggiando chi era, dove, a Genova, abitava e che funzioni svolgeva al soldo del Fascismo.
A Nenni fu risposto - nell’indagine da lui ordinata - che il ricercato stava nel suo medesimo Palazzo. E, casomai, in un ufficio dirimpetto al suo.
Togliatti intanto era intento a ben altri progetti politici. Il Paese, oltre essere mobilitato per il voto sul Referendum, tra Monarchia e Repubblica (il 2 Giugno vincerà quest’ultima) sarà coinvolto a discutere dell’Amnistia per i reati compiuti dai fascisti. Che venne emanata il 22 Giugno.
L’onere di questa responsabilità, di graziare ciò che di nefando si erano macchiati i fascisti, graverà tutto su Togliatti. Egli era il Ministro della Giustizia e di questa legge fu un promotore.