QUANTA FRETTA DI SCUSARSI

Piano, calma. Frenate. Certo, il Tribunale della libertà ha detto che per lo stupro della Caffarella gli indizi a carico dei due romeni arrestati non sono sufficienti a tenerli in carcere. Ma non vi sembra un po’ presto per parlare di «scandalo», di «razzismo», di «risarcimenti da pagare», di «onore da ristabilire», di «immagine da restituire»? Piano, calma. Il Dna non corrisponde, ma oltre al Dna non tornano un’altra montagna di particolari. Al momento risultano innocenti della violenza, ma aspettiamo prima di cospargerci il capo di cenere e implorare il perdono di Loyos Isztoika e Karol Racz: in fondo, qualche cosuccia ce la devono spiegare.
Prendiamo Isztoika, il biondino. Abbiamo visto tutti il video della sua confessione, la glaciale indifferenza, i dettagli sconvolgenti: «Abbiamo deciso di rapinare quei due ragazzi, ma lei era bella e così abbiamo deciso di violentarla, per dispetto. Lei urlava e anche lui. Ma l’abbiamo picchiato e uno a turno lo teneva fermo mentre l’altro stuprava la ragazza. Gli dicevamo: guarda come deve fare un uomo con una donna. A vederli così spaventati ci prendevamo ancora più gusto». Parole estorte? Non sembrava, ma questa è solo un’impressione e vale quel che vale. È più importante sapere che i poliziotti, i pm, il gip e il referto medico smentiscono che Loyos Isztoika sia stato sottoposto a violenza. E altrettanto importante è chiedersi come il biondino fosse a conoscenza di particolari che non erano di dominio pubblico o che, addirittura, al momento delle sue dichiarazioni non erano noti neppure agli inquirenti e sono stati verificati soltanto in seguito. Ecco, prima di chiedergli scusa, ci piacerebbe che svelasse questi misteri.
Quanto all’«immagine», vorremmo ricordare che Isztoika, 20 anni ancora da compiere, in Italia era stato arrestato tre volte in 14 giorni per i seguenti reati: rapina, lesioni personali, furto aggravato, ricettazione. Successivamente, era stato colpito da un decreto di espulsione da parte del prefetto di Roma che lo giudicava «incompatibile con la sicura e civile convivenza». Insomma, vedremo che ruolo ha avuto (se lo ha avuto) nel tremendo episodio della Caffarella. Ma diciamo che i gentiluomini generalmente esibiscono un altro curriculum.
Karol Racz, «faccia da pugile», ha già scontato quattro anni per furto in Romania. Ora resta in carcere perché è sospettato di un’altra violenza carnale, compiuta il 21 gennaio a Primavalle: la vittima dice di averlo riconosciuto. Ma «il pugile» si trova a Regina Coeli anzitutto perché indicato come complice dallo stesso Isztoika. Il quale ha pure rivelato alla polizia dove Racz si era rifugiato, lasciando Roma in gran fretta, proprio il giorno dopo lo stupro: in un campo rom di Livorno dove a nessuno sarebbe mai venuto in mente di cercarlo se il compare non avesse «cantato». Perché? Racz sostiene che Isztoika l’ha accusato e si è autoaccusato per proteggere due rom di cui ha un sacro terrore e che sarebbero i veri autori dello stupro.
Non sappiamo se le cose stiano così. Pensiamo però che, Dna o non Dna, i due amici romeni abbiano ancora tante cose da chiarire su questo delitto. E questa ci pare ragione sufficiente per esimerci dal profonderci nelle scuse che vengono richieste a gran voce da molti specchiati progressisti. A nostro sommesso modo di vedere, la vittima in questa vicenda, continua a essere la povera ragazzina di 14 anni brutalmente abusata. E il primo obbiettivo dovrebbe essere cercare di renderle giustizia. L’«onore» di qualcuno che, evidentemente, non ha detto tutto quel che sa sul crimine perpetrato nei suoi confronti, può aspettare.
Ps: avremmo scritto il medesimo articolo anche se i due protagonisti non fossero romeni, ma italiani. Vorremmo poter dire che anche chi in queste ore si percuote il petto con la prova del Dna naufragata avrebbe fatto lo stesso. Vorremmo. Ma il friulano Elvo Zornitta, scagionato dopo essere stato indicato per 5 anni come il famigerato Unabomber, sta ancora aspettando che qualche anima bella chieda di restituirgli l’immagine e l’onore.