Quante amnesie sulla sinistra nei ricordi del pm Spataro

«Ne valeva la pena?». È la domanda retorica, il filo conduttore del libro scritto da Armando Spataro, procuratore aggiunto del tribunale di Milano. Il tomo, che supera le seicento pagine, esalta la figura del magistrato che, nonostante tutto e tutti, con la schiena dritta e armato solo del codice, affronta e sconfigge il male. E il male, cioè i cattivi, non sono solamente quelli che delinquono, ma anche la politica, il Parlamento, il governo e molti giornalisti. Da qui il retorico «ne valeva la pena?». Una sorta di «uno contro tutti».
Il libro del noto magistrato cura molto i particolari, ma non cita avvenimenti che probabilmente avrebbero aiutato il lettore a meglio inquadrare fatti e situazioni. Moltissime le pagine che Armando Spataro dedica alle inchieste sul terrorismo condotte dai magistrati di Milano. Ma se, ad esempio, paragoniamo la fatica letteraria di Armando Spataro con quella del giudice Rosario Priore, emergono immediatamente contorni differenti.
Rosario Priore intervistato da Giovanni Fasanella nel libro «Intrigo internazionale» ha parlato dei «giudici amici»: i servitori dello Stato accecati dall’ideologia. Rosario Priore afferma: «È stato un autorevole esponente del Pci, Alberto Malagugini, senatore e giudice della Corte costituzionale, a fare in modo che il gruppo di Simioni ne uscisse indenne ed espatriasse in Francia, dove venne aperta la scuola di lingue Hyperion». Silvia Malagugini, figlia del giudice della Corte costituzionale, era sposata con Duccio Berio, braccio destro di Simioni. In sostanza il giudice Rosario Priore lascia intendere che la scuola di lingue Hyperion, da molti considerata il vero pensatoio dell’eversione di sinistra negli anni del terrorismo, si è potuta costituire in Francia perché qualche «giudice amico» di Milano ha lasciato che i fondatori espatriassero dall’Italia. E all’epoca Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse, in uno dei suoi racconti, così descrisse un giudice istruttore in servizio a Milano nel 1973: «Era, come si diceva allora, un simpatizzante, un compagno. Ed eravamo convinti che ci stesse proteggendo, che si limitasse a fare contro di noi il minimo indispensabile per salvare la faccia».
Armando Spataro dedica un intero capitolo al «caso Tobagi», giudicandolo «una ferita ancora aperta». È vero. Senza entrare nei particolari, alcuni sostengono che la Procura di Milano avrebbe trascurato alcuni elementi decisivi per individuare i mandanti dell’omicidio. Tale trentennale diatriba non ci interessa. È forse più interessante segnalare che a Milano, in via Solari, sopra l’appartamento in cui abitava Walter Tobagi, ha vissuto un certo Karl Heinz Goldmann. Ma il nome e l’identità erano falsi: in realtà si trattava di Volker Weingraber Edler von Grodek, infiltrato nella Raf, poi spia per conto della Germania dell’Ovest. Da Milano si spostava spesso in Svizzera e in Germania. Il tedesco aveva rapporti anche con un funzionario del Sisde, Giorgio Parisi, il capo centro di Milano. Ora Karl Heinz Goldmann gestisce un’azienda agricola in Toscana. È un vero peccato che nel libro di Armando Spataro non vengano trattati alcuni particolari di sicuro interesse.