Quante lobby alla luce del sole ben rappresentate in Parlamento

All’inizio, nella notte dei tempi, quando la lobby non si chiamava nemmeno lobby, c’era soltanto lei: la Fiat. Cui bastava bussare o far bussare a qualche porta e subito, oltre alla porta, si spalancavano anche le casse dello Stato con i relativi sussidi. Poi, poco a poco, piccole lobbies, anche se col nome non ancora americanizzato, cominciarono a crescere. Fulgido esempio di antesignana: la Coldiretti. La quale, contando già nel 1988, giusto per dare una data di riferimento, su oltre diecimila sezioni periferiche, 746 uffici di zona, 95 federazioni provinciali e 18 federazioni regionali era di fatto rappresentata da diciotto deputati, otto senatori, sette parlamentari europei, trenta consiglieri regionali, quarantotto provinciali ed oltre settemila consiglieri comunali: tutti democristiani.
Roba da poter strillare ad ogni provvedimento non gradito. Come è accaduto, puntualmente, in questi anni, patetico nelle zone rosse farsi passare per duri e duri, per carità, anche nel settore cooperativo dove, altre lobbies, come la Lega coop, la Confcooperative e l’Unione delle Coop, appena qualcuno ha provato a parlare, per esempio, di tassabilità degli utili destinati a riserva indivisibile, hanno suonato, e fatto a suonare dai loro parlamentari di riferimento la grancassa della protesta. Già, perché in Italia inutile nasconderci dietro il paravento del pudore (negli States sono addirittura riconosciute dal governo federale) fanno lobby le grandi imprese private, quelle pubbliche, come l’Eni o l’ Enel; i sindacati e la Confindustria, i consumatori e gli ambientalisti, i notai e i tassisti, i costruttori e i commercianti, le banche e le assicurazioni. La fa pure, in modo nemmeno tanto mascherato, persino la Chiesa, con i suoi frequenti interventi a gamba tesa quando lo Stato tenta laicamente di fare il suo mestiere di Stato. E visto che l’Italia resta il Paese del mugugno facile, ecco che, per rappresentare, lobbisticamente parlando, milioni di piccole e medie imprese, si è buttata nella sfida, in tempi recenti, Rete Imprese Italia, una sorta di joint venture tra Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato e Casartigiani che messe insieme hanno 2,6 milioni di iscritti. L’obiettivo che si è prefissata: avere un portavoce unico ai tavoli con il governo e allargare l’alleanza anche a Cna e Coldiretti. Ma che cosa, realmente, è una lobby? Se è vero che il termine anglosassone, il cui significato letterale (vestibolo, atrio) rimanda al luogo dove puoi trovare facilmente un lobbista: nell’atrio, o vestibolo dell’ufficio di qualche politico, è anche vero che nell’immaginario collettivo, sono associazioni più o meno segrete o non dichiarate, difficili da individuare, di uomini d’affari che tramite il loro grande potere economico influenzano le decisioni dei politici piegandoli ai loro interessi. Effettivamente le lobbies sono dei gruppi di pressione o di interesse, solo che contrariamente a quanto si possa pensare, non sono illegali o segrete tanto che, senza varcare l’Oceano, al Parlamento europeo l’attività lobbistica è regolata e le aziende italiane sono presenti per far valere i propri interessi. Forse è per questo motivo che i lobbisti in Italia hanno deciso, non solo di far tutto alla luce del sole, ma persino di riunirsi in un’associazione che si chiama «Il Chiostro». Perché, come si può leggere nel loro sito internet: «Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica» Per Giuseppe Mazzei, che del «Chiostro» è il direttore, «formalmente l’attività di un lobbista, consiste nel portare avanti gli interessi di un’azienda o di un ente istituzionale influenzando decisioni politiche e processi di formazione delle leggi. Il lobbista dovrebbe mettere in luce le caratteristiche di una certa tematica, quindi la sua figura dovrebbe essere vista come una componente positiva nel processo decisionale». Chiaro no? Resta discretamente buffo ascoltare certi predicozzi da una sinistra dai mille scheletri negli armadi (vedi il discorso sulle cooperative e sull’influenza delle cooperative rosse in Parlamento e in molte regioni) secondo cui tutti gli affaristi e malaffaristi-lobbisti arrivano dalla stessa area di centrodestra. Una sinistra che, per esempio, grazie alle sue lobby ambientaliste eccetera ha puntualmente lanciato prima dei referendum controaccuse alle lobbies avversarie, quelle sull’energia, interessate a fare pressioni sul governo affinché si realizzino impianti come gli inceneritori o le centrali nucleari e quelle invece più interessate a fare pressioni per la privatizzazione dell’acqua. Come la mettiamo allora con la birra? Sì, non stupitevi, la birra. Basta frequentare i forum del settore per scoprire che sono molti a invitare l’ Unionbirrai a fare lobby per difendere gli interessi di categoria. E che pressione ci potrà mai essere più di una birra a pressione?