Ma quanto ci costa lo scirocco

Il termine calamità evoca, di solito, emergenze e improvvisi bisogni e chiama la comunità nazionale a sforzi ed erogazioni straordinari per soccorrere le popolazioni colpite.
Ma lo stesso termine, nella straordinaria trasformazione dovuta alla peggiore prassi politica ed amministrativa, può anche significare inganno e truffa, espediente socialmente accettato e politicamente tollerato di indebito sfruttamento delle risorse pubbliche.
Sono in molti ad evocare lo stato di calamità, regioni ed enti locali, per poter mungere le mammelle gonfie, nonostante la crisi, del latte statale. Prendiamo la Regione Calabria.
Questo governatorato, miserevolmente guidato dal centrosinistra, ha lamentato, per il 2007, un “eccesso termico” e per il 2008 alcune gelate, che sommati ai presunti effetti di una tromba d’aria hanno legittimato sulla carta una richiesta di oltre 400 milioni di euro.
L’autore di questa nota è nato in Calabria e lì ha vissuto fino alla maggiore età. Ha subito, per più anni, l’eccesso termico dovuto alle pessime abitudini dell’estate e, pur nelle difficoltà che la congiuntura riservava alle parti economicamente più deboli del Paese, nessuno pensava che lo Stato dovesse compensare il caldo eccessivo. Il solleone era il solleone, non una calamità.
Forse eravamo arretrati nel non chiedere allo Stato il rimborso per la temperatura elevata, ma non credo che le attuali procedure garantiscano maggiori disponibilità e un più vigile senso critico: si sopravvive, quando va bene, di elemosine e furti, malamente dissimulati, alle casse dello Stato.
Ma non spariamo soltanto sulla Calabria. Anche l’Emilia Romagna ha chiesto risarcimenti e aiuti per i danni provocati dalla siccità. Più difficile, sul piano della logica, la posizione del Veneto, che chiede risarcimenti, oltre che per le alluvioni, anche per la siccità.
La calamità, intesa come straordinaria manifestazione, irrituale, della forza della natura, è diventata un espediente burocratico, un capitolo corrente di appropriazione indebita che, per il semplice fatto di essere effettuata su risorse pubbliche, con procedure collaudate, diventa lecita e socialmente accettabile.
La vera calamità è questa, che cioè la rappresentazione di un pericolo denunciato e non sempre subito oltre i limiti del normale andamento delle cose possa consentire uno sfruttamento delle risorse pubbliche. È difficile pensare a una riduzione delle tasse, quando tutti paghiamo l’imposta sulle calamità vere o presunte e non riusciamo a individuare chi ha realmente bisogno dell’aiuto dello Stato e chi ciurla nel manico gonfiando calamità che aiutano soltanto politici spregiudicati.
Salvatore Scarpino