Quanto rendono (e costano) gli strumenti previdenziali

Quando si parla di previdenza integrativa si fa riferimento a tre diverse tipologie di prodotti: i fondi pensione chiusi o negoziali (Fpn), i fondi pensione aperti (Fpa) e i piani individuali di previdenza (Pip). I primi sono dedicati ailavoratori appartenentiaun’unica categoria di dipendenti (per esempio chimici, metalmeccanici o energetici) o che hanno residenza in una specifica regione d’Italia: il Trentino Alto Adige piuttosto che la Lombardia. I fondi pensione aperti sono invece rivolti a tutti i lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi, di qualsiasi categoria o regione. Lo stesso vale per i Pip che si differenziano dai fondi pensione aperti per il fatto di essere venduti dalle compagnie di assicurazione(mentre gli Fpa sono distribuiti da banche e società finanziarie indipendenti). Dal punto di vista del lavoratore, le vere differenze tra i tre prodotti sono due. La prima è che il contributo del datore di lavoro (compreso di solito tra l’1% e l’1,50% della retribuzione) spetta soltanto ai lavoratori che aderiscono al fondo pensione integrativo di categoria. Per esempio, a un lavoratore metalmeccanico che scelga il fondo negoziale Cometa piuttosto che a un chimico che aderisca al fondo chiuso Fonchim. Ciò rende indubbiamente più interessanti, per i lavoratori, i fondi negoziali rispetto sia ai Fpa che ai Pip. La seconda differenza sta invece nei costi medi annui. Mentre un fondo pensione chiuso prevede una spesa annua media dello 0,40% in 10 anni e dello 0,25% in 35 anni, quelli «aperti» applicano l’1,15% all’anno in 10 anni e l’1,05% all’anno nei 35 anni: i Pip, invece, arrivano a fare pagare l’1,98% all’anno per 10 anni e l’1,60% ogni anno per 35 anni. Tradotto in pratica, per un lavoratore che investisse nella previdenza integrativa 3mila euro l’anno per 35 anni con un tasso lordo di rendimento del4%all’anno, accantonerebbe 221mila euro con un Fondo pensione negoziale, 188mila euro con un Fondo pensione aperto e soltanto 158mila euro con un Pip.