Quei forestali miracolati e pure assenteisti

Da sempre nel mirino per le assunzioni clientelari. L’ultima chicca: sei denunciati per il timbra e fuggi in Calabria. Un caposquadra li copriva, sono accusati di truffa aggravata e falso. Ogni anno la Regione spende 240 milioni per pagare i forestali

Ci risiamo: i forestali calabresi tornano agli onori delle cronache. Questa volta l’indice è puntato contro sei operai, fra cui un caposquadra, che sono stati denunciati per assenteismo dai carabinieri di Cerva, in provincia di Catanzaro: invece di controllare i boschi, pensavano ai fatti loro. Purtroppo i forestali - da non confondere con gli agenti della Forestale - sono uno dei simboli di un Mezzogiorno arretrato e seduto sulle spalle del Nord. Gli operai calabresi addetti al controllo del territorio sono tanti, troppi, e a intermittenza fanno parlare di sè per due ragioni: l’assenza dal posto di lavoro, considerato un riempitivo, o peggio ancora, l’aver appiccato incendi e bruciato il territorio che in teoria dovrebbero proteggere.

Basta andare indietro e sfogliare i giornali di qualche anno fa. Nel 1999 per esempio vengono denunciati 108 lavoratori assunti nel comprensorio di San Luca che s’impegnavano solo il 27 del mese: il giorno della paga. E avevano dunque organizzato una vera e propria truffa, falsificando i cartellini. Non solo: molti risultavano vicini a temibili famiglie della ’ndrangheta, famiglie dai cognomi pesanti che hanno fatto la storia dei sequestri di persona in Italia. Nel 2001 è la procura di Catanzaro ad aprire un’inchiesta: schiere di forestali sarebbero dei piromani.

Il reato ipotizzato è gravissimo: associazione a delinquere di stampo mafioso. La magistratura di Locri conferma: i piromani molte volte sono proprio i controllori. Qualche tempo dopo un operaio di 47 anni viene preso con le mani nel sacco, o meglio con un accendino fra le dita, mentre è intento al suo secondo lavoro: accendere un falò. Ora i riflettori illuminano alcuni impiegati già sospettati in precedenza. E’ il passato che ritorna.

Insomma, il problema dei forestali calabresi pare insolubile, anche se va detto che la cura dimagrante è stata fatta anche da queste parti e l’elefantiasi degli anni Ottanta è stata superata: all’epoca gli operai erano 40 mila, oggi sono meno di diecimila. Un numero sempre esagerato e un costo altissimo per lo Stato: 160 milioni di euro l’anno più altri 80 a carico della regione Calabria che spende il doppio di quel che sborsa il Canada per i suoi ranger. Il tutto con risultati deprimenti: ogni anno bruciano mediamente 20 mila ettari di boschi su un totale di 600 mila. Più del 3 per cento del territorio verde. Un disastro che qualche anno fa provocò l’intervento a muso duro del leader leghista Roberto Calderoli pronto a dare il grande annuncio: «Andrò in Calabria come commissario. Verificherò come lavorano e cosa fanno. Il loro numero è un’anomalia. Voglio capire se si tratta dell’ennesimo esempio di assistenzialismo malato». E’ finita all’italiana. Non se n’è fatto nulla e la cronaca è punteggiata di episodi che intrecciano parassitismo, criminalità, emergenza piromani.

Il dossier forestali è arrivato anche in parlamento per un aspetto inquietante: secondo una relazione di polizia e carabinieri gli operai utilizzavano gli apparecchi radio forniti dalla Regione non per segnalare tempestivamente il fuoco ma per anticipare le forze dell’ordine e avvertire i latitanti nascosti fra le montagne. Ed è provato che alcuni latitanti incassassero serenamente lo stipendio alla mangiatoia pubblica.

Ora altri sei operai finiscono sotto inchiesta e la piaga torna d’attualità. Ci si può consolare però paragonando il disastro calabrese a quello siciliano. Nell’isola i forestali sono addirittura 27 mila. Un esercito. In Lombardia, invece, solo 690.