Quei «genovesi» della Valchiavenna

Tra tutte le Genoa made in Usa, certamente la città nella Contea di Vernon nel Wisconsin è quella che mantiene il legame storico più forte con l'Italia. Nel recente passato, sino all'arrivo di qualche famiglia di origine tedesca, quasi tutti gli abitanti risultavano italiani di nascita o di discendenza toccando percentuali addirittura del novanta per cento. Non sono comunque genovesi anzi, neanche sembrano sia partiti dal porto di Genova.
La storia della comunità italiana è fortemente legata a Campodolcino in Valchiavenna. Probabilmente l'apertura del Traforo del San Gottardo e la perdita dei traffici commerciali attraverso il Passo dello Spluga spinsero parte degli abitanti a cercare fortuna in America.
Le prime famiglie italiane giunsero a Galena nel vicino Illinois ma, forse a causa della depressione dell'economia mineraria, decisero di trasferirsi a Genoa per trascorrere l'inverno. Vi si insediarono, recintarono una concessione terriera e inviarono parte di quanto guadagnato a Campodolcino. La comunità italiana crebbe enormemente attirando altre ottanta famiglie fino a costituire i nove decimi degli abitanti.
La storia di Genoa ha però radici più antiche rispetto all'immigrazione italiana. Diverse tribù indiane praticarono la caccia e la pesca nell'area. Il primo bianco che si insediò nella zona risulta essere Pierre La Noisette, un canadese di lingua francese che sposò la sorella di un Capo Sioux e divenne una sorta di commerciante intermediario con i nativi indiani. Alla sua morte, nel 1821, nessuno lo sostituì e trascorsero parecchi anni prima dell'arrivo di un nuovo colono.
Prima che nascesse la città di Genoa, la zona fu teatro dell'ultima grande battaglia indiana ad est del Mississipi. Il protagonista del fatto d'armi fu Black Hawk, capo della tribù Sauk. In generale, le cause che portarono allo scontro sono da rintracciare nella difficile convivenza tra uomini bianchi e nativi americani. Gli ingredienti per un film western ci sono quasi tutti: coloni prepotenti, giovani ed irrequieti guerrieri, irresponsabili commercianti d'alcolici, patti forse estorti con l'inganno e accordi non rispettati. Quale che sia la causa scatenante del conflitto, di certo resta che Falco Nero, tra l'1 ed il 2 agosto del 1832, si trovava sulla sponda sbagliata del Mississipi. Nel tentativo di attraversare il fiume, la British Band (appellativo utilizzato per identificare gli uomini di Falco Nero), venne intercettata dall'esercito. Il gruppo indiano era composto da 500 guerrieri e 1500 tra donne e bambini. Probabilmente la necessità di proteggere i numerosi non combattenti e la condizione tattica sfavorevole imposta dal guado, portarono alla sconfitta di Falco Nero.
Ventuno anni dopo, David Hastings costruì la prima casa. La località divenne il punto d'attracco per i battelli a vapore e venne chiamata Hastings Landing. Il nome originale ebbe vita breve e dopo un anno, nel 1854, la città venne ribattezzata Bad Axe City. Nel 1868, probabilmente su spinta dei primi coloni di origine italiana e svizzera che ritenevano sgradevole il suono «Bad Axe City», la città venne nuovamente ribattezzata Genoa per onorare la città natale di Cristoforo Colombo. Il Mississipi rappresentava la principale, se non unica, via di comunicazione con il resto del mondo e solo nel 1884 la città venne collegata alla rete ferroviaria. La prima scuola in mattoni risale al 1909, il convento delle suore francescane al 1925 e l'organizzazione della St. Charles Catholic Church al 1862. Dovettero trascorre altri due anni perché la chiesa venisse costruita. Nel frattempo la Messa veniva celebrata nell'abitazione di Bartholomew Starlocchi. Nel 1940 venne costruita una centrale elettrica a carbone successivamente ampliata nel 1966. Un anno dopo, nel 1967 fu costruito il «La Crosse Boiling Water Reactor» (Lacbwr). Il reattore rimase attivo sino ad aprile del 1987.
Il tempo non sembra però aver fatto dimenticare il legame storico con Campodolcino e leggendo la descrizione della cittadina fatta dal La Crosse Tribune nel 1930, la vista delle reti da pesca ad asciugare sulla spiaggia e le imbarcazioni ritratte nelle foto di inizio secolo, riportano alla memoria del lettore alcuni paesaggi delle vecchie cartoline liguri.