Quei pionieri in cerca di una meta

La nuova corsa ai settemila è la risposta a chi sostiene che non ci sia più niente da scoprire

Lorenzo Scandroglio

Dopo che sono stati scalati tutti gli ottomila, dopo che l’intero orbe terracqueo è stato esplorato e scandagliato dalle vette agli abissi marini, cosa si inventano gli uomini per trovare nuove frontiere?
Intanto occorre dire che un obbiettivo, prima di essere tale, deve essere inventato. I 14 ottomila non esistevano come traguardo, anche e soprattutto perché non tutti misurano le montagne in metri. Per gli anglosassoni, che le misurano in piedi, la soglia psicologica degli ottomila non esiste. E non è un caso che la corsa a chi li avrebbe saliti tutti per primo si giocò fra un italiano e un polacco. Messner chiuse la partita nel 1986, ma il polacco Jerzy Kukuczka fu il più veloce, impiegando quasi la metà degli anni dell’altoatesino. Naturalmente non ce ne frega niente di record e di baggianate simili, ma resta il fatto che c’è sempre una soglia e qualcuno che la supera per primo. Ora, che le si misuri in metri o in piedi, si tratta comunque delle 14 cime più alte della terra. E poiché la popolazione mondiale è costituita da alcuni miliardi di individui, se anche una percentuale irrisoria decide di andare a scalarle ci si ritrova in un caos pazzesco.
Al di là dell’iperbole, della provocazione, Simone Moro - che indubbiamente è l’alpinista italiano ad aver raccolto, per fama e bravura, l’eredità di Reinhold Messner - sembra aver ritrovato le motivazioni originarie dei pionieri. Che poi sono le stesse che muovono ogni uomo, fin da bambino, alla ricerca dell’ignoto. Quell’ignoto che l’alpinista insegue in verticale, il marinaio nell’orizzonte sconfinato dei mari, l’uomo comune nel viaggio fantastico dei grandi romanzi d’avventura e di esplorazione. Ovviamente l’alpinismo himalayano degli ottomila, per motivi commemorativi o per motivi personali, ha tutto il diritto di essere praticato e, come è stato il caso del cinquantesimo del K2, di ricevere il plauso degli appassionati. Ma che qualcosa di nuovo stia succedendo, in termini di consapevolezza da parte del movimento alpinistico, è evidente. Altri due grandi scalatori altoatesini, Hans Kammerlander e Karl Unterkirker, sono appena rientrati da un tentativo a un settemila nepalese, il Jasemba. E, proprio in questi giorni, altri giovani italiani stanno mettendo il naso su alcune cime ignote in Karakorum.
Centinaia di montagne belle e difficili del colosso himalayano, di cui non esiste nemmeno un censimento preciso, attendono ancora di essere calcate dall’uomo. La sbornia del «primo di categoria», che pure non si è esaurita, sembra stia per passare: il primo italiano, il primo americano, il primo senegalese, il primo sordo, il primo zoppo, la prima donna, il primo all’indietro, il primo bianco, nero, giallo, il più veloce, il più bello, il più ricco, il più... idiota.
Insomma, a chi sosteneva che l’alpinismo non aveva più niente da scoprire, Simone Moro e gli altri rispondono che ci sono approcci inediti, fisici e mentali, verso l’avventura verticale. Non importa, o meglio, importa meno che in passato (quando vigeva la retorica della «lotta con l’alpe»), con quale risultato si torna a casa. Perché il successo, da adesso in avanti, si misura nei termini di questo ritrovato spirito esplorativo. Seguiremo l’avventura di Simone, certo, ma il plauso va già fin d’ora allo stile. Come per i romantici delle origini: conta il cammino più che la meta.