Quei tre poteri della politica locale

Riccardo Re

Le elezioni amministrative sono alle porte anche se i candidati ufficiali (di entrambi gli schieramenti) non ci sono. Ma la classe dirigente politica, almeno, è pronta al rinnovamento? Da dove viene? Come si è formata? Chi l'ha scelta? E perfino: qual è il peso della classe politica per risolvere concretamente i problemi del cittadino? Silvano Belligni, docente del dipartimento di studi politici dell'università di Torino ha provato a rispondere, incalzato dalle domande di autorevoli giornalisti delle televisioni e della carta stampata ligure, in occasione della prima di una serie di iniziative seminariali organizzate da Themis. La risposta è un viaggio nella storia della politica italiana attraverso l'analisi delle tre autorità locali determinanti, rilevate da Belligni: la «classe politica» appunto, ma anche la «classe dirigente», un gruppo latente politicamente orientato e influente alla classe politica vera e propria, e infine l'autorità delle autorità, «l'istituzione» che secondo Belligni determina effettivamente lo sviluppo urbano di una città: «la classe governante» ossia l'elite civica di governo che tende a occupare tutte le cariche (pubbliche e private) rilevanti. Autorità che si intrecciano, si completano, spesso si deformano, e operano in maniera differente nella storia degli ultimi sessant'anni, che il professore ha suddiviso in cinque distinte fasi: dal modello dominante tra gli anni '50 e '80 dove emerge la figura del funzionario della politica, a quello «più dissipativo della storia», il machine regime degli anni ottanta, che vede affacciarsi l’«imprenditore della politica». Gli anni '90 invece, sono quelli della «figura ambigua del neonotabile», ossia l'imprenditore proveniente dalla società pubblica, orientato a politiche che, a parole, egli vuole rinnovare. Ai giorni nostri, i poteri locali vedono al vertice due figure distinte, ma convergenti: il politico di carriera, sostenitore beneficiario della propria militanza e «l'insider», potere forte, ma poco visibile.
Lo studio è documentato anche grazie all'analisi su quattro distinte realtà metropolitane: Torino, Firenze, Milano e Napoli. Un viaggio nella storia che però, puntualizza Massimiliano Lussana, caporedattore della redazione genovese del Giornale, ha lasciato da parte le esperienze positive di «buon governo» «evidenziando per ogni fase storica una distorsione dell'assetto dirigenziale che rischia di negativizzare eccessivamente la realtà». In effetti anche le prospettive future, secondo Belligni, non sono positive. Perfino il rinnovamento è visto con sospetto, all'interno di una democrazia guidata da potenti e inamovibili oligarchie. E sebbene «l'innovazione della classe politica non porta all'innovazione della politica», almeno alla fine Belligni lo ammette: «È evidente che alternare una forza politica alla guida di una città può servire a cambiare quella rete istituzionale che esprime il proprio gruppo dirigenziale». Insomma, almeno questo.