Quel bistrot a San Francisco

Una giovane autrice racconta cosa significa andare alla ricerca di un mito dall'altra parte del mondo e avvolge con le sue parole il lettore, coinvolto in quel palpitante snocciolarsi di ore e giorni

Biondina. Occhi neri. Brevilinea. Magrolina. Bellissima. E soprattutto intelligente. Lei è Olga Campofreda, giovanissima, dal talento cristallino, autrice del volume «Caffe' Trieste» (Giulio Perrone editore, pp.180, euro 10), sottotitolo «Colazione con Lawrence Ferlinghetti». L'editore della beat generation. Quella di Jack Keouac. E Jack Hirsham. Quella di Allen Ginsberg. E via elencando. Lawrence Ferlinghetti. Poeta egli stesso. Oggi ultranovantenne. Un mito per quella ragazzina casertana, naturalizzata romana, che sa decisamente come tenere in mano una penna.
Tuttavia chi si aspettasse, dal titolo, la solita noiosa intervista a un mito della letteratura, che risponde cose intelligenti a domande esistenziali, ebbene, chi si aspettasse tutto questo è fuori strada. «Caffe' Trieste» racchiude splendide pagine che raccontano un'attesa. Quella che separò Cristoforo Colombo dalla scoperta dell'America. Un mito dall'altra parte del mondo. Quella che separò la suddetta sconosciuta biondina, al secolo Olga Campofreda, dalla scoperta di Ferlinghetti. A suo modo, un mito dall'altra parte del mondo, rispetto a quella ragazza di anni 24 che, con una laurea in una tasca e un registratore nell'altra, ha rincorso l'uomo che, intellettualmente, l'aveva fatta sognare.
E quelle di «Caffe' Trieste» sono pagine che descrivono i sogni. I palpiti. L'emozione. San Francisco. Market street e il pier, che da noi si dice molo. Ma non è per nulla yankee. Una San Francisco da scoprire e da gustare per quell'italiana in viaggio premio, in vacanza sabbatica, a scoprire un continente. E un uomo che non c'è. Che si dilegua fin dalle prime pagine. Ma le lascia un'eredità singolare. Fatta di personaggi eccentrici e strani. Fatta di volti e soprattutto voci. Perche' «Caffe' Trieste» è un romanzo di parole scritte e pronunciate insieme. Che si lasciano leggere e ascoltare d'un fiato. Sono pagine di suggestione per chi, sulle strade di San Francisco abbia camminato. Per chi abbia percorso il Golden gate e si sia girato indietro. Per chi si sia voltato di fianco e abbia gettato un occhio a quella baia. Per chi si sia fermato a guardare Alcatraz da lontano. Per chi al caffe' Trieste si sia fermato e seduto. Non con gli occhi persi e le palpebre socchiuse, assassinate dalla sonnolenza che travolge il turista zainoinspalla. Ma per chi si sia guardato intorno. E abbia spiato un angolo di Italia così lontano da casa. E quando Lawrence Ferlinghetti finalmente compare, non aggiunge nulla allo spessore di quelle pagine. L'attesa di Olga era diventata anche l'attesa del lettore. Che alla fine si sarà voltato e avrà scoperto di aver macinato vorticosamente fogli di carta rilegati. Scoprendo che cosa è veramente l'attesa.