Quel cucciolo di gorilla nato dalla provetta è la speranza della specie

Non siamo mai stati particolarmente teneri nei confronti dei giardini zoologici che consideriamo, nella maggior parte dei casi, luoghi di sofferenza per gli animali, costretti ad essere esibiti come «mostri» (in senso latino) davanti a spettatori che ridono dei loro gesti, della loro struttura anatomica e si preoccupano più di allungargli i pop corn o di fare la foto con lo sfondo dell’elefante, piuttosto che conoscerne l’evoluzione biologica e l’etologia. D’altronde, come ci ha insegnato Konrad Lorenz, il comportamento degli animali non si studia e non si interpreta nei labirinti dei laboratori o nelle gabbie degli zoo, ma direttamente nei territori dove vivono. Ci sono però alcuni giardini zoologici che hanno una loro strategica importanza per la conservazione di specie particolarmente minacciate dal rischio di estinzione. In queste strutture, che diventano piccole arche di Noè, si tenta in ogni modo la riproduzione di una o più specie che in natura ormai stanno esaurendo la loro capacità riproduttiva e scivolano nel registro nero degli animali che abbiamo perso per sempre.
Al giardino zoologico di Bristol, vive Salomè, una femmina di Gorilla di pianura occidentale divenuta famosa cinque anni fa per avere effettuato la prima inseminazione artificiale nel mondo (dei gorilla). Ebbene, martedì scorso a Salomè è nato un piccolo che è ancora privo di nome, in quanto la madre non lo perde di vista un solo secondo e non permette ai medici di avvicinarsi per determinarne il sesso. Da questo punto di vista, conferma uno dei responsabili dello zoo, i gorilla sono mammiferi molto simili al comportamento umano. L’istinto materno è talmente sviluppato che nessun animale può azzardarsi anche solo a pensare di «toccare» un neonato. Solo criminali con fucili di precisione possono mettere fine a questo inscindibile legame, uccidendo la madre per impadronirsi dei piccoli e smerciarli sul sempre fiorente mercato del collezionismo animale. Salomè, nel 2006, è stata trattata con un farmaco per uso umano che stimola le ovaie a rilasciare ovocellule da fecondare poi artificialmente, visto che non riusciva più ad accoppiarsi per via naturale. Per fortuna il piccolo è nato senza alcun problema e in apparente ottimo stato di salute. I responsabili dello zoo hanno deciso di chiudere la zona dei gorilla al pubblico per evitare qualsiasi attività stressante per la madre che comunque pare non curarsi d’altro che del suo neonato, con una commovente passione.
Il gorilla di pianura occidentale vive nelle foreste montane e nelle paludi di pianura di alcuni stati dell’Africa centrale. Viveva anche nella repubblica democratica del Congo, ma non vi è più presente da anni. Un recente censimento stima la popolazione di questa specie attorno ai 150mila soggetti che vengono però considerati a serio rischio in quanto esposti ai pericoli causati dalla deforestazione, dal bracconaggio e dal virus Ebola, cui sono molto sensibili, al pari dell’uomo.
Tutte le specie e sottospecie di gorilla fanno parte delle scimmie cosiddette antropomorfe (simili all’uomo) e, istinto materno di Salomè a parte, basta osservarne il comportamento per capirne il perché. Basta vedere uno dei mille documentari girati o leggere qualche libro su di loro e, in particolare Gorilla nella nebbia, che racconta la vita di Dian Fossey, la straordinaria ricercatrice, inviata nel Rwanda dal National Geographic, che si era integrata in un gruppo di gorilla. Purtroppo Dian fu barbaramente uccisa da mani umane per problemi insorti forse nei confronti della popolazione locale, ma il suo straordinario lavoro ha sollevato l’attenzione del mondo su questo nostro parente molto stretto che non possiamo perdere.
Presto sapremo il nome del neonato di Salomè. Se sarà femmina, forse Dian.