Quel debito del centrodestra con il Risorgimento

Il fatto che le celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi comportino ancora tutta una serie di polemiche tese a screditare il valore storico-culturale del Risorgimento e a tenerlo fuori dal retroterra culturale del nostro centro-destra, dimostra chiaramente che il processo di metabolizzazione di questo evento non si è ancora, purtroppo, del tutto compiuto.
Meno, invece, si comprende come le celebrazioni garibaldine possano dare fastidio a quanti, pur da posizioni irrimediabilmente guelfe e reazionarie, rifiutano le logiche di una Sinistra ancora culturalmente egemone: eppure, l'epopea risorgimentale, pur con tutta una serie di ombre dovuta alla fallibilità umana e alle logiche della politica, non può non essere fatta propria da quanti non credono e non hanno mai creduto alla favoletta di un'Italia nata dalla Resistenza. L'Italia è nata il 17 marzo 1861, anche se per liberare Roma si sarebbe dovuto aspettare la Breccia di Porta Pia e per Trento e Trieste addirittura la Prima Guerra Mondiale.
Interrogarsi se il processo rivoluzionario avrebbe potuto essere condotto in modo diverso da quello che ha visto la convergenza della politica sabauda e dell'azione garibaldina, può avere soltanto un carattere astrattamente accademico: le stesse idee neoguelfe, che sponsorizzavano una federazione di Stati sotto l'autorità della Chiesa, non tenevano conto del fatto che la Chiesa era attestata su posizioni reazionarie e che non avrebbe mai rinunciato pacificamente al proprio dominio temporale.
L'unità d'Italia avrebbe potuto essere realizzata solo spazzando via quell'anacronismo tutto italiano che era lo Stato Pontificio: e questo, non dimentichiamolo, sarebbe andato anche a tutto vantaggio di un cattolicesimo che, ormai privo del potere temporale, poteva riscoprire la sua vocazione spirituale.
Se anche molte delle radici del Risorgimento vanno ricercate nel retroterra illuministico e nell'esperienza napoleonica, è soprattutto alla vicenda della Restaurazione seguita al Congresso di Vienna che si deve la sua lenta ma inesorabile affermazione: la rinascita degli Stati pre-rivoluzionari - tranne Genova e Venezia, che avevano comunque già da tempo, di fatto, concluso la propria vicenda storica -, serviva in realtà a mascherare un'egemonia austriaca che era ormai diventata anche la protettrice ufficiosa dello Stato della Chiesa.
E se, decenni addietro, l'Impero asburgico di Francesco Stefano di Lorena, di Maria Teresa e di Giuseppe II, illuminato dagli ideali della tradizione massonica, aveva saputo costituire un faro di civiltà e tolleranza in tutta Europa, quello che era sopravvissuto alle batoste napoleoniche, esprimeva ormai una politica miope, oscurantista e, per di più, decisamente vessatoria in termini fiscali.
Ma se la borghesia lombarda, ancora suddita di Vienna, soffriva in prima persona della concorrenza delle industrie tedesche e boema, e pagava una quantità di imposte certamente insostenibili, le classi dirigenti del Piemonte, di Napoli e dello Stato Pontificio e altrove, soffrivano le pastoie doganali, l'abolizione del codice civile ma, soprattutto, il ritorno al potere di un'aristocrazia in buona parte retrograda e parassitaria, figlia di un'epoca ormai finita per sempre.
Se le masse popolari rimanevano per la maggior parte fedeli all'impianto della Restaurazione e all'alleanza del Trono coll'Altare, ciò era dovuto alla loro sostanziale estraneità rispetto all'esperienza borbonica ed al controllo delle coscienze operato dalla Chiesa; ma, nonostante ciò, non bisogna sottovalutare crescenti tensioni di origine economica e confuse velleità di riscatto sociale. La liberazione della Sicilia attuata da Garibaldi, del resto, si innestava su insorgenze antiborboniche i cui attori erano contadini insofferenti del dominio di Napoli.
Questa, in sintesi, è la situazione che si presentava alla fine di un Congresso che aveva visto nell'Italia una mera espressione geografica: ciò era tragicamente vero, e la grandezza di Casa Savoia consiste proprio nell'aver posto fine a questo stato di cose, dando corpo ad un'unità nazionale che, ha dovuto aspettare decenni prima di essere veramente avvertita dagli italiani, ma che ormai, a dispetto delle due «chiese» antinazionali -la guelfa e la comunista- costituisce un punto di non-ritorno.
Il Risorgimento ha riscoperto il valore della Patria ed il principio di uno Stato laico ma non laicista, ha affermato il rispetto per tutte le confessioni religiose e l'osservanza della libertà di pensiero, ha creduto nella possibilità di miglioraramento sociale dell'individuo e delle masse, ha saputo coniugare il rispetto di una legge naturale razionalmente intesa con l'osservanza di quella civile varata dall'uomo: il centro-destra, oggi, pur nella diversità di prospettive che gli derivano dalle differenti anime che lo compongono, non può non riconoscere il debito culturale con l'epoca risorgimentale e non farne propri valori e principii.