Quel Figo clamoroso con il radar nei piedi

Fenomenale a Madrid, idolatrato minacciato con una testa di maiale a Barcellona, macho e miliardario. «Vengo a vedere se gioco un po’»

Tony Damascelli

Quando la testa di porco volò nell’aria del Camp Nou Luis Filipe Madeira Caeiro Figo non si spostò di un millimetro. A lui era indirizzato quel recuerdo dei catalani, traditi dal signore portoghese che aveva scelto, tenendo la mano sul cuore, le pesetas di Florentino Perez, buttando via la parola e gli impegni con Laporta e il Barça. Figo così è, anche se non pare, introverso al primo impatto, ma anche astuto e abile a sottrarsi a qualsiasi provocazione.
Gli accadde, all’ultimo Europeo, di essere quasi aggredito durante la sfida tra Portogallo e Inghilterra da un tifoso che invase il campo sventolando una bandiera del Barcellona. Figo non si mosse, così come davanti alla testa di porco, raccolse il drappo mentre i poliziotti portoghesi raccoglievano l’invasore. Per quella testa di porco il Barcellona ha dovuto versare 4mila euro di multa dopo due anni di contenzioso, il maiale è caro anche in Spagna, ma 4mila euro hanno evitato la squalifica per due giornate del Camp Nou, sanzione sospesa per due stagioni. Per quasi un anno, dopo aver raggiunto il Madrid, Figo continuò a essere socio del Barcellona, fino a quando il presidente Laporta non ricordò che il rinnovo della quota di iscrizione avrebbe comportato l’obbligo della presenza con firma della persona fisica e allora Figo capì che era arrivato il momento di mollare la presa, i ricordi, gli effetti e gli affetti. Che non sono poi così profondi, o almeno lo stesso Figo tende a cacciarli via: nelle conferenze stampa, infatti, non appena il portoghese sbircia un giornalista catalano che azzarda una domanda ha pronto il dribbling: «Otra pregunta», insomma non vuole più sentire, vedere, frequentare tutto ciò che viene da Barcellona e dintorni.
Eppure in Catalogna sua moglie, la clamorosa indossatrice svedese Helen, ha tenuto, come proprietaria, un ristorante giapponese; eppure, a Barcellona, oltre che nell’Algarve, Figo è titolare di tre o quattro dimore, attività, quella immobiliare, che gli garba parecchio, assieme a quella di azionista della compagnia di petrolio portoghese e spagnola. C’è voluto l’arrivo di un brasiliano, Vanderlei Luxemburgo, allenatore del Real, per mettere in crisi il portoghese. Figo, infatti, non ha accettato di essere considerato uno dei tanti, uno staffettista come Guti o Solari perché da Pallone d’oro, anche se ex, lui si dichiara ancora un galactico e così va considerato («Io vengo a vedere se gioco un po’», l’ultima stilettata al Real). Luxemburgo la pensa diversamente e così Figo ha deciso di «tradire» Madrid dopo aver pugnalato Barcellona, dopo aver abbandonato lo Sporting Lisbona, dopo aver ingannato il Milan, dopo aver truffato il Parma e la Juve, apponendo firme vere su impegni fasulli, taroccando così un’immagine che era forte ma che si è macchiata di comportamenti sleali che lo portarono anche a una squalifica «internazionale», della durata di due anni, decisa, pensate un po’, da Antonio Matarrese.
Altro secolo, altri presidenti, Figo si presenta definitivamente in Italia, che ama da tempo non tanto per il football ma per le sfilate di moda che lo hanno visto presente, al fianco della Helen esperta in materia, a ogni appuntamento milanese. Fossi in Massimo Moratti chiederei a Figo di firmare una serie di impegni, vincolanti per le prossime stagioni così da evitare che il portoghese di 33 anni non faccia di nuovo il furbo, presentandosi non ad Appiano Gentile ma a Milanello. Mai dire mai.