Quel gasdotto? E' vitale per gli italiani

Nel 2005 l’idea di costruire South Stream, la pipeline che dovrà portare il gas
naturale dai giacimenti russi ai mercati dell’Europa Occidentale

L’idea di costruire South Stream, la pipeline che dovrà portare il gas naturale dai giacimenti russi ai mercati dell’Europa Occidentale, è nata dopo l’inverno 2005. Come si ricorderà, un inverno molto freddo. Non tanto perché il termometro sia sceso molto al di sotto delle medie stagionali, ma perché uno scontro economico-politico lo ha reso tale. I gasdotti in funzione (allora come adesso) per collegare produttore e consumatori passano attraverso il territorio dell’Ucraina. E il governo di Kiev, proprio negli ultimi mesi del 2005, ha deciso di chiudere i rubinetti per spuntare dei diritti di transito più vantaggiosi. Il braccio di ferro è durato settimane, mettendo in ginocchio molte imprese europee e lasciando spenti i termosifoni in centinaia di condomini.
L’effetto della contesa è stato anche un altro: ha messo paura a un colosso, Gazprom, proprietario del gas che scalda gli europei. Gazprom è la prima società russa, rappresenta l’8 per cento del suo prodotto interno lordo, possiede circa il 16 per cento delle riserve mondiali di idrocarburi. Privatizzata (in maniera molto discussa) nel 1997, è tuttora controllata al 38 per cento dallo Stato. Le sue scelte strategiche sono dettate dal Cremlino, il quale però, a sua volta, è condizionato dalla Gazprom (e dagli altri azionisti) proprio per il peso che il gruppo ha nell’economia del Paese.
Dopo l’inverno 2005 entrambi non hanno avuto dubbi sulla necessità di prendere un’iniziativa per sottrarsi a potenziali nuovi ricatti dell’Ucraina. Così è nata l’idea di South Stream, un gasdotto che parte dai giacimenti russi, attraversa il Mar Nero, approda in Bulgaria e si divide in due tronconi: quello dei Balcani fa rotta verso Nord; l’altro va in Grecia, passa lo stretto di Otranto e in Italia si collega alla rete di gasdotti già esistente.
Nel 2006 South Stream è diventata un progetto concreto e Gazprom ha proposto all’Eni di partecipare all’impresa. Ma non si trattava di una semplice scelta di due aziende che decidono di mettersi insieme per fare un bel business: un’opera di quella portata è soprattutto una decisione politica bilaterale che coinvolge strategicamente i due Paesi. Infatti la trattativa è stata fra il Cremlino e il governo italiano, guidato allora da Romano Prodi. L’accordo è stato raggiunto dando vita a una società controllata pariteticamente dalla Grazprom e dall’Eni già allora guidata da Paolo Scaroni. Il gasdotto dovrà essere pronto per il 2015.
Il progetto è stato subito vissuto come antitetico rispetto al «Nabucco», un’altra pipeline nata per portare in Europa il gas dei giacimenti dell’Azerbaijan, del Kazakistan (e in prospettiva anche dell’Iran) passando per la Turchia. Nato nel 2002, destinato a entrare in funzione anche lui nel 2015 e formato da società turche, austriache (arrivo del terminale), bulgare, ungheresi e romene il Nabucco ha trovato il consenso dell’Unione europea, che l’ha finanziato. E ha goduto fin dall’inizio della simpatia degli Stati Uniti preoccupati dalla crescente dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia (la Germania prende da lì il 36 per cento del suo gas; l’Italia il 27).
Proprio per questa ragione geostrategica, Washington guarda invece con preoccupazione al South Stream giudicandolo una sorta di cordone ombelicale che legherà sempre più gli europei ai russi. Per avere maggior peso sullo scacchiere internazionale Gazprom ed Eni hanno proposto di associarsi alla francese Total e alla tedesca Wintershall. Così South Stream avrebbe al suo fianco non solo Mosca e Roma, ma anche Parigi e Berlino. Ma le trattative in questo senso non sono ancora andate in porto.