Quel moccioso (inedito) di Dickens

Charles Dickens

Quando ero davvero molto piccolo, di età e di statura, un giorno mi smarrii nella City. «Qualcuno» (spirito di «Qualcuno», perdonatemi di aver dimenticato la vostra identità!) mi portò a fare un giro, cosa che per me fu un immenso regalo, per mostrarmi l’esterno della chiesa di Saint Giles. \
Partimmo dopo colazione. \ Parlammo molto e ammirammo l’esterno della chiesa di Saint Giles con un sentimento di grande soddisfazione, ulteriormente intensificato da una bandiera che sventolava sul campanile. Dobbiamo poi essere scesi verso Northumberland House sullo Strand per guardare il famoso leone sopra l’ingresso. In ogni caso, so che, nell’atto di guardare in alto con un misto di timore e di ammirazione verso quel famoso animale, persi «Qualcuno». \
Per quanto ricordi, l’idea di chiedere la strada di casa non mi venne mai in mente. È possibile che io preferissi, per il momento, la triste dignità di essermi perduto, ma sono seriamente convinto che nella mia vasta gamma di progetti per il futuro non considerai la soluzione più facile e ovvia. Ero molto giovane; avevo otto o nove anni, credo.
In tasca avevo uno scellino e quattro pennies e al mignolo portavo un anello in peltro e vetro rosso. Questo gioiello mi era stato regalato da colei che amavo nel giorno del mio compleanno, quando ci eravamo promessi di sposarci; avevamo però già previsto qualche ostacolo alla nostra unione per il fatto che lei (che aveva sei anni) era di fede Wesleyana, mentre io ero profondamente devoto alla Chiesa di Inghilterra. Uno scellino e quattro pennies, invece, era tutto ciò che rimaneva di una mezza corona, regalatami, sempre nel giorno del mio compleanno, dal mio padrino, un uomo che sapeva qual era il suo dovere e lo faceva.
Armato di questi beni preziosi, decisi di cercar fortuna. Una volta trovatala, pensai, sarei tornato a casa su di una carrozza a sei cavalli per reclamare la mia sposa. Piansi ancora un po’ all’idea di un tale trionfo, ma ben presto asciugai le lacrime e uscii dal cortile per realizzare i miei progetti. Questi erano: in primo luogo, andare a vedere (una sorta di investimento) i Giganti a Guildhall, visita da cui sentivo sarebbe probabilmente derivata una qualche ricca avventura; sfumata quell’eventualità, girare nella City per vedere se ci fosse la possibilità di fare come Whittington; se non mi fosse stato concesso nemmeno quello, allora mi sarei arruolato nell’esercito come tamburino. \
Ricordo quanto mi apparissero enormi le strade ora che ero solo, come fossero alte le case e quanto ogni cosa sembrasse imponente e misteriosa. Quando giunsi a Temple Bar, mi ci volle mezz’ora per osservarlo attentamente, e anche dopo mezz’ora non avevo ancora finito. Avendo letto di teste esposte in cima a Temple Bar, mi sembrò un luogo vetusto e malvagio, sebbene fosse un nobile monumento di architettura e un modello di utilità. Quando infine me ne andai da lì, ecco che il minuto dopo mi imbattei nelle figure di Saint Dunstan! Chi avrebbe potuto ammirare quei cortesi mostri, battere le campane e andarsene? Tra un quarto e l’altro c’era il negozio di balocchi da guardare \ e anche quando fuggii da quel posto incantato, dopo più di un’ora, ecco sorgere Saint Paul; come avrei potuto passare oltre la sua cupola, come avrei potuto distogliere il mio sguardo dalla sua croce d’oro? Arrivare ai Giganti fu un viaggio lungo e lento.
Giunsi infine dinanzi a loro e li guardai a lungo con timore e venerazione. Sembravano meno irascibili di quanto mi aspettassi, e tutto sommato più radiosi nell’espressione del volto; erano però molto grandi e, dopo aver calcolato che i loro piedistalli misuravano all’incirca dodici metri, pensai che sarebbero stati davvero enormi se si fossero messi a camminare sul selciato. \ Essendo molto stanco, andai nell’angolo sotto Magog, in modo da essere fuori dalla portata del suo sguardo, e mi addormentai.
Quando mi svegliai dopo un lungo sonno, pensai che i giganti stessero urlando, ma era solo la città. Il posto era esattamente identico a prima che mi addormentassi: niente piante di fagiolo, niente fate, niente principesse, niente draghi, nessuna porta per altre vite. Così, essendo affamato, pensai di comprare del cibo, di portarlo lì e mangiarlo, prima di andare a cercar fortuna seguendo il «piano Whittington». \
Piansi ancora un po’ e cominciai a desiderare che colei che amavo si fosse persa insieme a me, per amor di compagnia. Poi, però, mi ricordai che lei non avrebbe potuto arruolarsi nell’esercito come tamburino; asciugai le mie lacrime e mangiai il mio panino. \
Ora, quando vado nella City, mi riempie di dolore pensare che sono solo un miserabile furbastro. Vagabondando per le sue strade da bimbo smarrito, pensavo al Mercante Inglese e al Lord Mayor ed ero pieno di venerazione. \ Che ne sapevo allora della moltitudine che rimane sempre delusa nella City, che si aspetta sempre di incontrarvi un gruppo, di ricevervi soldi, e le cui aspettative non vengono mai soddisfatte? Che ne sapevo allora di quella persona meravigliosa, l’amico di tutti, che dovrebbe fare così tanto per così tante persone, far ottenere a questo un posto in patria, a quello un posto nelle colonie; saldare i conti coi creditori di quest’uomo, provvedere al figlio di quello e controllare che quell’altro venga pagato; buttarsi anima e corpo in questa grandiosa certezza del capitale azionario e inserire un nome sull’elenco dell’Assicurazione sulla vita, e che non fa mai niente di ciò che ci si aspetta da lui? Che ne sapevo allora del suo essere amico dei signori, Arabi Giudei e altri, che di solito si vedono all’ippodromo e che risiedono principalmente nelle vicinanze di Red Lion Square? E della sua incapacità di far fronte a quel contratto in contanti, ma si dà il caso che abbia in casa sua una botte di pregiatissimo sherry, un mobile da toletta e una Venere di Tiziano, coi quali non sarà un problema far tornare i conti? Avevo mai sentito parlare, in quei giorni dell’innocenza, di lui che confidava informazioni (che mai in nessun caso risultarono essere nemmeno vagamente corrette) a seri uomini calvi, che misteriosamente le rivelavano a commensali attoniti? No. Avevo mai appreso a temerlo in quanto profittatore, a non curarmi di lui in quanto ipocrita e a sapere che le sue sono solo favole? Non io. Avevo mai sentito parlare di lui come di uno che ha a che fare con l’irrigidimento del mercato finanziario, con l’oscurità del debito pubblico irredimibile, con l’esportazione dell’oro, o con quel macigno sempre tra i piedi, sulla strada di tutti, lo staio di grano? Mai. Avevo forse mai avuto la minima idea di che cosa si intendesse con termini come «corruzione», «aggiotaggio», «falsificare i conti», «far salire un dividendo», «oliare i meccanismi», e cose simili? Proprio per niente. Avrei forse dovuto intravedere nello stesso Mr Hudson un’evidente carcassa di vitello d’oro? Assolutamente no. La City era per me un vasto emporio di pietre e metalli preziosi, botti e balle di merce, onore e generosità, frutti e spezie forestieri. \
Nelle storie che creavo per dare una spiegazione dei diversi luoghi credevo ferventemente, tanto quanto credevo nella City. In modo particolare, ricordo che quando mi trovai alla Borsa e vidi gli straccioni seduti sotto gli affissi vicino alle navi, stabilii che erano degli spilorci, che avevano imbarcato tutte le loro ricchezze per andare a comprare polvere d’oro o qualcosa del genere e stavano aspettando che i rispettivi capitani arrivassero, per dire loro che erano pronti a salpare. Notai che tutti quanti sgranocchiavano biscotti secchi e pensai che lo facessero per evitare il mal di mare. \
Sir James Hogg in persona sarebbe stato soddisfatto della venerazione che provavo per la India House. Non avevo dubbi riguardo al fatto che fosse l’istituzione più meravigliosa, più magnanima, più incorruttibile, più disinteressata dal punto di vista pratico e più straordinaria, da tutti i punti di vista, sulla faccia della terra. Comprendevo il significato di un giuramento e avrei giurato che fosse un unico topazio perfetto e puro.
Pensando a lungo ai ragazzi che andavano in India e che subito, senza avere la nausea, fumavano pipe dalla foggia di funi arrotolate che terminavano in una grande zuccheriera capovolta di vetro soffiato, giunsi tra i negozi di equipaggiamento. Là, lessi la lista delle cose necessarie per un viaggio in India, e quando giunsi a «un paio di pistole» pensai: «Che felicità avere in serbo un tale destino!». Ma ancora nessun mercante inglese sembrava minimamente disposto a prendermi con sé. \
Per tutto il giorno alcuni bambini mi tormentarono: mi inseguivano per le strade, mi spingevano dentro i portoni per mettermi con le spalle al muro e mi trattavano in maniera piuttosto crudele, nonostante fossi sicuro di non aver fatto loro nulla di male. \
Dopo questa persecuzione, ricordo di essermi riposato in un piccolo cimitero e, tutto considerato, ero incline a pensare che, se io e colei che amavo avessimo potuto essere seppelliti lì insieme, subito, non sarebbe stato niente male. Ma un altro sonnellino, una fontana, una ciambella e, soprattutto, un’immagine che vidi, mi fecero ricominciare a vagare.
A quel punto, se ricordo il mio percorso, dovevo trovarmi nei paraggi di Goodman’s Fields. L’immagine rappresentava una scena di un’opera teatrale, che a quell’epoca rappresentavano in un teatro di quel quartiere che oggi non esiste più. Mi indusse ad andare in quel teatro a vedere l’opera. Decisi, visto che sembrava non ci fosse niente da fare per il «piano Whittington», che, a spettacolo finito, avrei chiesto la strada per la caserma, avrei bussato al portone dicendo che ero venuto a sapere che avevano bisogno di tamburini, e io ero disponibile. Credo che mi avessero detto, o almeno ne ero convinto, che ci fosse sempre un soldato in servizio, giorno e notte, dietro il portone di ogni caserma col suo scellino pronto, e che un bambino che si fosse fatto persuadere, in qualunque modo, ad accettarlo, sarebbe diventato immediatamente un tamburino, a meno che suo padre pagasse una cauzione di quattrocento sterline.
Trovai il teatro \ e aspettai, insieme a una gran folla, che aprissero le porte della galleria. La maggior parte dei marinai e dell’altra gente della folla era della peggior specie e faceva discorsi non propriamente edificanti; ma comprendevo poco o niente allora di ciò che vi era di male in essi e non ebbero un’influenza negativa su di me. Da allora mi sono chiesto quanto tempo ci vorrebbe, ad un bambino allevato come lo ero stato io e innocente come me, per essere corrotto da frequentazioni di questo tipo. \
Stringevo forte in mano la mia moneta da sei penny, pronto a pagare; e quando le porte si aprirono, con un gran fracasso di chiavistelli e urla di donne nella folla, fui trascinato dalla corrente come un fuscello. La mia moneta fu rapidamente inghiottita dalla casella per raccogliere i soldi, che mi sembrava una specie di bocca; poi andai di sopra salendo dalla scala meno ingombra e corsi (come facevano tutti gli altri) per procurarmi un buon posto. Quando giunsi nella parte posteriore della galleria, c’erano pochissime persone e i posti a sedere sembravano così spaventosamente ripidi, così simili a un congegno per lanciarmi in picchiata in platea, che mi tenevo a uno di essi terribilmente spaventato. \
Mi ero appena messo comodo che un pensiero mi assalì la mente, tormentandola in modo spaventoso. Mi spiego: era una serata di beneficenza, a beneficio dell’attore comico, un uomo piccolo e grasso con un viso molto grande e - così mi parve allora - con il cappello più piccolo e più divertente che si fosse mai visto. Questo comico, per il diletto dei suoi amici e dei suoi benefattori, aveva accettato di cantare una canzone comica in groppa a un asino e successivamente regalare l’asino, resosi in tal modo famoso, tramite lotteria. In questa lotteria avevano una possibilità di vincere tutti coloro che erano stati ammessi in platea e in galleria. Nel pagare l’entrata, avevo ricevuto un numero, il quarantasette; e ora, in un bagno di sudore freddo, pensai a cosa avrei mai fatto se quel numero fosse stato estratto e avessi vinto l’asino! \
Poi, mi immaginai di essere invitato a scendere sul palco per ricevere l’asino. Pensai a come avrebbe strillato la gente vedendo che era toccato in sorte a un ragazzino come me. Come avrei fatto a condurlo fuori (perché ovviamente non si sarebbe spostato)? E se avesse cominciato a ragliare, cosa avrei fatto? E se avesse scalciato, che ne sarebbe stato di me? E se avesse fatto marcia indietro verso l’entrata del palco e si fosse ficcato là dentro, con me in groppa? Infatti, sentivo che se avessi vinto, l’attore comico mi avrebbe messo in groppa nel momento stesso in cui mi fossi avvicinato. E poi, se anche fossi riuscito a portarlo fuori dal teatro, che ne avrei fatto di lui? Come lo avrei nutrito? Dove lo avrei tenuto? Era già abbastanza brutto essermi perso da solo, ma perdermi con un asino era una calamità più terribile di quanto potessi sopportare di immaginare.
Questi timori mi impedirono ogni godimento della prima parte. Quando la nave entrò in scena - una vera nave da guerra, si diceva nella locandina - traballando prodigiosamente in un mare molto agitato, non riuscii a dimenticare l’asino neppure nel terrore della burrasca. Fu terribile vedere i marinai cadere qua e là con cannocchiali e megafoni (sembravano davvero molto alti a bordo della nave da guerra) e fu terribile sospettare il pilota di tradimento, anche se era impossibile evitare di farlo; infatti, quando gridò: «Siamo rovinati! Alla zattera! Alla zattera! Un fulmine ha colpito l’albero maestro!», lo vidi coi miei stessi occhi estrarre l’albero maestro dalla sua cavità e farlo cadere fuori bordo. Tuttavia, persino queste circostanze toccanti impallidivano di fronte al mio terrore dell’asino. Anche quando il marinaio buono (ed era molto buono) ebbe fortuna e il marinaio cattivo (ed era molto cattivo) si gettò nell’oceano dalla cima di uno strano scoglio, che somigliava nell’aspetto a un paio di gradini, vidi attraverso le lacrime il terribile asino.
Infine giunse il momento in cui i violinisti incominciarono a suonare la canzone comica e il tanto temuto animale, che aveva dei ferri nuovi, come dedussi dal rumore che facevano, entrò strepitando con l’attore comico in groppa. Era vestito di nastri (intendo l’asino) e poiché persisteva nel girarsi con la coda verso il pubblico, l’attore scese dalla groppa, fece dietrofront e, sedutosi con la faccia da quella parte, cantò la canzone tre volte, tra gli applausi del pubblico. Durante tutto questo tempo, ero tremendamente agitato; e quando due persone pallide, e un bel po’ inzaccherate di fango delle strade, furono invitate ad uscire dalla platea per sovrintendere all’estrazione della lotteria, e furono accolte da tutti gli altri con uno scoppio di risate, io avrei voluto supplicarli e pregarli di avere pietà di me e di non estrarre il numero quarantasette.
Ma ben presto il mio tormento finì, perché un signore dietro di me, in giacca di flanella e cravatta gialla, e che si era mangiato due sogliole fritte e un bel mucchio di nocciole prima che la burrasca cominciasse a infuriare, rispose al numero vincente e scese a prendere possesso del premio. Questo signore sembrava conoscere l’asino, e anche molto bene, dal momento della sua entrata e si era molto interessato alle sue azioni: lo conduceva a sé \ e quando faceva qualche errore, diceva, urlando quasi nel mio orecchio: «Vieni qua, ciuco bello. Vieni qua!». Fu scaraventato a terra dall’asino la prima volta che lo montò, per il gran diletto del pubblico (me incluso), ma successivamente lo cavalcò con grande abilità e subito ritornò tranquillamente al suo posto. \
Era tardi quando uscii in strada; non c’era la luna, non c’erano le stelle e la pioggia cadeva fitta. Quando emersi dalla folla che si disperdeva, nel mio ricordo il fantasma e il barone avevano un’aria minacciosa; mi sentivo indicibilmente miserabile e ora, per la prima volta, il mio lettino e i cari volti familiari mi comparirono innanzi e mi toccarono il cuore. Di giorno, non avevo mai pensato all’angoscia che dovevano aver provato. Non avevo mai pensato a mia madre. Non avevo mai pensato ad altro che adattarmi alle circostanze in cui mi trovavo e andare a cercar fortuna.
Per un fanciullo che non riusciva a far altro che piangere e correre qua e là, dicendo: «Oh! Mi sono perso!», pensare di entrare nell’esercito era, ne ero consapevole, fuori questione. Abbandonai l’idea di chiedere la strada per la caserma - o meglio, fu l’idea ad abbandonare me - e corsi in giro, finché non trovai una guardia nella sua garitta. \
Questo venerando uomo mi portò al commissariato più vicino; dico che lui mi portò, ma in effetti fui io a portare lui, visto che quando penso a noi sotto la pioggia, ricordo che dovevamo sembrare come un quadretto dell’«Infanzia che guida la Vecchiaia». Aveva una tosse terribile ed era costretto ad appoggiarsi al muro, ogni volta che ne trovava uno. Giungemmo infine al commissariato, un posto così caldo da indurti al sonno, ornato da cappotti pesanti e sonagli appesi. Quando un messaggero ubriaco fradicio fu mandato a cercare informazioni su di me, mi addormentai accanto al fuoco e mi risvegliai solo quando i miei occhi si riaprirono davanti al volto di mio padre. Questo è esattamente il modo in cui mi smarrii, preciso alla lettera. Dicevano che ero un bambino strano; suppongo sia vero. Sono anche un uomo strano, forse.
Spirito di «Qualcuno», perdonatemi per l’inquietudine che devo avervi causato! Quando sosto sotto al Leone, persino ora, vi vedo correre avanti e indietro, rifiutando ogni conforto. Mi sono perso molte volte da allora, e più lontano. Che io possa, in quelle circostanze, aver dato meno inquietudine ad altri di quanto in questa ne abbia data a voi!
Charles Dickens
(Traduzione Alessandro Vescovi)