Quel network dell’«eversione antagonista»

Gian Marco Chiocci

da Roma

I no global non sono eversivi solo perché sfasciano vetrine, bruciano macchine, picchiano poliziotti o si danno agli espropri proletari. Lo sono perché appartengono a un network eversivo trasnazionale dall’enorme potenza finanziaria, anche se la faccia in apparenza è pulita. Rispondono a logiche politiche che hanno ben altre finalità rispetto al «banale» boicottaggio di un marchio, di un pezzo di ferrovia o di una fiaccola olimpica. Cercano la vetrina, il grande evento, per ribadire tematiche anticapitalistiche, antiamericane, antisioniste che con la protesta specifica c’entrano poco. Hanno a cuore le sorti della Palestina, dell’Irak, dell’Afghanistan e della Cecenia. Condannano ogni intervento militare, se la prendono con le multinazionali. Stanno sempre dalla parte dell’Islam radicale. È tutto studiato, pianificato. E dal Mumbay Resistance in India di due anni fa - si legge in un’analisi dell’Antiterrorismo - il collante fra le varie anime eversive del Movimento è diventato cemento. «Qui il percorso intrapreso dalla galassia no global/antimperialista insieme a gruppi islamici per la creazione di un fronte comune subisce un’accelerazione alla fine del 2005 nella direzione di una forma comune più organizzata e strutturata». Ideologie e religioni incompatibili si ritrovano sotto il termine «resistenza», assunto come brand identity. Contro il nemico comune proprio Bin Laden aveva benedetto il principio della «non incompatibilità» operativa: «È lecito che gli interessi dei musulmani e dei socialisti - tuonava il capo di Al Qaida - concorrano nella guerra contro i crociati, nonostante la nostra convinzione che i socialisti siano apostati».
A Bombay, dunque, si consuma lo strappo eversivo con i Social Forum pacifisti da parte di finti pacifisti comunisti e veri islamisti integralisti. È sancito il consolidamento dell’asse internazionale impegnato nel sostenere le prerogative antimperialiste e la causa dei movimenti di resistenza nelle principali aree di crisi. Moltissimi personaggi dell’area no global italiana risultano coinvolti. Passano i mesi e dalla pubblica denuncia dell’inefficacia delle azioni assunte dal pacifismo (accusato di velleitarismo) si rafforza, nel movimento no global, la promozione di una «resistenza attiva» come unico strumento di lotta efficace. È il culmine di un lungo processo iniziato col meeting antimperialista di Salonicco (giugno 2003) e terminato col Forum sociale europeo di Parigi. Bombey è la fine e il principio. Contro Israele, gli Usa, il Capitalismo, si orientano il movimento internazionale antimperialista, l’ala europea più violenta che disobbedisce ai Social Forum, e soprattutto la componente dei cosiddetti «circoli bolivariani» che dal rosso Sudamerica tirerebbero le fila di un «antagonismo fondamentalista occidentale rintracciabile nelle congerie di movimenti antagonisti ed eversivi che si muovono sullo scenario mondiale - ognuno alla propria maniera sfruttando polemiche nazionali - attraverso un substrato ideologico e operativo evolutosi con il contributo di talune organizzazioni di giuristi militanti». In quest’asse bolivariano, di supporto logistico e operativo a favore della resistenza irachena e di Hamas, ognuno in Europa, e in Italia, avrebbe dato (e continuerebbe a dare) il suo contributo: partiti politici, associazioni radicali, giornalisti, estremisti, intellettuali, extraparlamentari, e terroristi. Gli interpreti di questo network sono monitorati capillarmente dall’Antiterrorismo che segnala rapporti, e incontri, fra rappresentanti della resistenza irachena oltreché dell’Intifada palestinese con antagonisti italiani nonché soggetti terroristici vari; riconducibili ai Carc (coinvolti nelle indagini sulle Brigate Rosse), all’Eta spagnola, alle Farc-Ep colombiane, all’Ezln messicana, al Dhcp turco, Hezbollah, Hamas, e al movimentismo bolivariano caro all’entourage del neo presidente Evo Morales e del presidente venezuelano, Hugo Chavez. L’operazione politico-eversiva non è da poco, anche perché gli interpreti del network si ritrovano in convegni e indagini giudiziarie (in corso in Italia) che vedono la presenza delle facce più dure del movimento no global o delle formazioni anarchiche che sempre all’antiamericanismo si ispirano, anche se poi, di volta in volta, quando si tratta di spedire un pacco-bomba o alimentare rivolte, parlano di «ambientalismo», «repressione», «carcere duro», «antimilitarismo», «lotta al precariato» e via discorrendo.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it