Quel patto a sorpresa tra Fini e D’Alema: "Mai stati così vicini"

E a un certo punto Gianfranco Fini viene assalito da un atroce dubbio: «Mi sto accorgendo che condivido sempre di più quello che dice D’Alema. Qualcuno, come al solito, commenterà che sto diventando di sinistra. Ma non sarà il contrario, che è lui che si sta spostando a destra?». Ride il presidente della Camera, sghignazza pure Max, anche lui alle prese con problemi «esistenziali» e di schieramento. «Dite che ho una seconda anima, per giunta di destra... Difficile capirlo. Ma nella natura umana si fronteggiano motivazioni diverse, tra cui l’individualismo tipico dei politici». E così, in attesa di stabilire chi dei due è il gemello destro e chi il sinistro, sul palco del convegno dell’osservatorio giovani-editori gli amiconi Fini e D’Alema danno plasticamente forma a una specie di patto che va molto al di là della semplice colleganza o cortesia istituzionale.
Succede infatti che D’Alema cominci a parlar bene di Fini già di prima mattina, appena sceso dalla macchina. «Ho molto apprezzato che il presidente della Camera abbia voluto difendere la dignità del Parlamento di fronte all’aggressione del capo del governo. Credo che sia un punto di riferimento importante per la democrazia». Fini però stavolta evita di polemizzare ancora con Silvio Berlusconi. Precisa: «Non ho mai dichiarato di essere contrario alla riduzione del numero dei parlamentari. Anzi, sono da sempre convinto che il ceto politico italiano sia pletorico e sovrabbondante e che è arrivato il momento di una sforbiciatina».
Succede pure che i due si applaudano reciprocamente e vistosamente. Succede che si trovino d’accordo su diversi argomenti. Sul modo di far politica, «troppo tattica e poco strategica». Sull’immigrazione. D’Alema parla di razzismo, dice che oggi in Italia «a Obama chiederebbero il premesso di soggiorno», che il nostro è, «piaccia o meno, di fatto già un Paese multietnico» e invita a tenere fuori irregolari, delinquenti e clandestini ma a «non restare chiusi nella paura, altrimenti perderemo». Fini, in platea annuisce e batte le mani. Poi, quando tocca a lui, va quasi oltre: «Dove sta scritto che la parola d’ordine della destra nei confronti dell’immigrazione debba essere solo “respingiamoli”, cosa giusta nel caso dei clandestini? Io dico invece “integriamoli”». Succede che il presidente della Camera dica altre cose «di sinistra». Come sui gay. «Ho ricevuto una delegazioni di omosessuali e sono stato criticato. Ma il vero scandalo sarebbe stato non ascoltarli, tanto più che a Montecitorio è in discussione un ddl contro l’omofobia». E succede che D’Alema dica una cosa quasi di destra: «Io credo nella famiglia, che è un organismo vivo, è importante per la società, dove si discute e dove si trasmettono valori profondi». E sono d’accordo anche sul rapporto marcio tra una certa politica e una certa informazione, che è uno dei temi del convegno «Crescere tra le righe». «I giornalisti seguano le commissioni e non i parlamentari che bivaccano in Transatlantico, notoriamente fannulloni», dice D’Alema. E Fini annuisce: «È vero. C’è troppo gossip, troppo retroscena, troppo inseguirsi di dichiarazioni. L’eccesso di semplificazioni e di titoli a effetto dà l’impressione di superficialità. Ma non è solo colpa della stampa. Do ragione a D’Alema, così diranno che sono di sinistra...». Solo su un punto la pensano diversamente, la libertà di stampa. Per D’Alema «l’enorme concentrazione nelle mani di una persona sola condiziona il sistema». Ma qui Fini non lo segue: «Sostenere che non c’è libertà di stampa è infondato».