Quel Rimbaud giornalista anti Bismarck

Trovato un articolo del 1870 che si burla del nemico prussiano

Non era ignoto che Rimbaud sedicenne (1870) avesse collaborato a un giornale che si stampava dalle sue parti, Le progrès des Ardennes. E anche si sapeva che da lui (come dal suo amico Delahaye) il direttore pretendeva non poesie ma articoli in prosa, di materia attuale e «utile». Su un rivista specializzata in studî rimbaudiani, Parade Sauvage (è un francesista principe dei nostri giorni, Mario Richter, a fornirmi questi e altri opportuni ragguagli), Gérald Dardart nel 1997 aveva riferito della sua vana ricerca del numero del Progrès che più gli premeva, quello su cui risulterebbe uscita una celebre lirica del poeta di Charleville, Le Dormeur du val.
In cambio, adesso, e per puro caso, un bouquiniste sempre di Charleville, certo Quinart, tira fuori dal suo negozio tre numeri del Progrès del 1870. Li ha acquistati da una signora che dal baule della sua auto stava per buttarli nella spazzatura. Li vede Patrick Taliercio, regista di lungometraggi: intenzionato a trarne uno dalla avventurosa vita di Rimbaud, è ghiotto di ogni novità in proposito. Su uno dei tre esemplari del giornale (è un po’ strappato e Taliercio lo paga 30 euro), si legge un pezzo a firma Jean Baudry, dove (in termini quanto mai fantasiosi) si parla di Bismarck. Jean è il primo nome di Rimbaud, Baudry è quasi l’anagramma del suo cognome. Dell’uso di uno pseudonimo per le sue collaborazioni al Progrès avevamo notizia, e anche dell’argomento, attualissimo, essendo Bismarck il gran nemico della Francia del 1870, in guerra con la Prussia. Una guerra dall’esito disastroso, che finirà con Parigi umiliata e occupata.
Dallo scenario realistico (la tenda serale del meditabondo Cancelliere, la carta topografica della Francia sulla quale egli muove il dito adunco fino a raggiungere un grosso punto nero, che è la capitale della nazione, e su quello fermarsi) passando al grottesco, con apice ed epilogo nel piombare del naso di Bismarck nel fornello della sua stessa pipa, Rimbaud buon patriota prefigura il fallimento dell’offensiva prussiana. La storia preparava tutt’altra conclusione, è vero. Ma non solo in questo lo scritto del sedicenne Rimbaud si rivela poetico anziché giornalistico, sia pure in rapporto ai canoni del giornalismo dell’inoltrato ’800. Poetica infatti, nei preliminari e nello sviluppo, risulta l’immagine del Nemico, la sua caratterizzazione buffa, via via fino al giusto castigo, una sorta di contrappasso in chiave di imagerie surrealista avanti lettera.
A colui che ha osato supporre di poter conquistare Parigi, quel «punto nero» che segnato sulla carta gli pare «brutto», la sonnolenza fa scivolare giù dalle labbra la pipa ancora accesa. E nel fornello della pipa gli resta imprigionato il naso, che rimarrà eternamente, ridicolmente carbonizzato. La storia procede per la sua strada; la scrittura di un poeta, sia pure improvvisatosi giornalista, ne segue evidentemente un’altra.