Quel rito che serve da cemento

Che significato possono avere, nell’epoca della tecnologia e della comunicazione mediatica tanto dirompente e pervasiva come la nostra, una manifestazione, un comizio, la piazza, le bandiere, inni e proclami scanditi a gran voce? E poi, perché lo stupore - talvolta l’incredulità - per un raduno del centrodestra così numeroso e vittorioso come quello di ieri?
In una manifestazione si mette in scena un rito, e ogni cultura di ogni civiltà ritrova nelle ritualità i propri principii, valori, ideali. È sufficiente un po’ di memoria storica per ricordare che sempre e ovunque attraverso i riti, siano essi religiosi o civili, la gente si unisce per poter esprimere analoghi sentimenti sulla vita e sulla morte. Ma un rito, per essere tale, per non rimanere una pura e semplice idea o sogno o aspirazione chiusi nell’anima di un individuo, deve rendersi visibile, deve manifestarsi e coinvolgere più soggetti.
In questo coinvolgimento della gente in una collettiva pratica rituale prende forma il volto di un popolo. Dunque, in una manifestazione c’è la ritualità di un popolo che rende noto, che manifesta la propria visione del mondo, ritrovando in quella stessa ritualità la comunanza di ideali, di valori, di aspirazioni.
Nella nostra contemporaneità la sinistra così come la destra hanno enfantizzato, nella propria cultura politica pur con ragioni diverse, il loro essere forza di popolo. I partiti di centro, quelli di ispirazione genericamente e complessivamente liberale, esprimono una cultura politica in cui le masse sono secondarie rispetto all’individuo e subordinate ad esso. Per questo siamo abituati a vedere la sinistra (ed essendo numericamente inferiore, molto meno la destra) in rituali di piazza in cui si manifesta un po’ su tutto con consueta disinvoltura. Il liberale è invece refrattario a ritualizzare i propri ideali in manifestazioni di massa che tendono a cancellare la sua individualità. A meno che non accada qualcosa di molto importante, a meno che non si senta minacciata la sopravvivenza dei valori individuali.
Non è perciò un caso che le innumerevoli manifestazioni di sinistra vengano ricordate prevalentemente per il disturbo che recano al traffico cittadino e quando assumono un significato storico si confondano tra loro, in poco tempo si dimenticano e non comportano significativi sviluppi e cambiamenti della società. Un esempio clamoroso è la manifestazione contro l’articolo 18 (quello sulla riforma del mercato del lavoro fatta dal precedente governo di centrodestra) quando Cofferati riesce a portare in piazza due milioni di persone. Come è finita? Il sindacato si è diviso. Cofferati è scappato a fare il sindaco di Bologna e con i suoi odierni atti amministrativi contraddice o smentisce ciò che ha predicato in precedenza.
Le manifestazioni liberali sono pochissime e spesso si ricordano come fatti politicamente e socialmente di estrema rilevanza. Per esempio quella di De Gaulle, con André Malraux in prima fila, quando sfilarono per il boulevard di Parigi milioni di persone contro il radicalismo eversivo sessantottesco e in difesa delle libertà costituzionali della Repubblica. Oppure, numericamente contenuta, ma formidabile per i suoi effetti politici, la marcia dei 40mila a Torino per pretendere la libertà del lavoro contro il boicottaggio dei cortei operai selvaggi a Mirafiori.
Nella manifestazione del centrodestra di ieri emerge un aspetto politico di grande significato. Innanzitutto si conferma il principio che il successo di una manifestazione si fonda sulla forte condivisione sociale di valori e di ideali che uniscono la gente. E poi, i partiti che si sono radunati in piazza San Giovanni hanno messo il definitivo suggello sulla loro particolare caratteristica politica, cioè quella di essere insieme - proprio insieme - forze popolari e liberali, forze che esaltano i diritti dei singoli individui ma che sanno anche essere popolo unito sotto la stessa bandiera per il bene dell’Italia.