Quel romanzo criminale chiamato Risorgimento

È permesso insinuare che il Risorgimento fu nel suo insieme un’impresa non priva di aspetti non solo «illegali» ma violenti, terroristici e persino criminali in senso stretto? La parola agli storici del nostro passato prossimo. I quali, tuttavia, anche quando sono uniti dalla stessa fede laica, democratica e progressista, su questo punto sono divisi. Lo dimostra fra l’altro l’asprezza della controversia esplosa proprio ieri sul Corriere della Sera, dove Giuseppe Galasso ha severamente bacchettato Ernesto Galli Della Loggia, che venerdì scorso, discorrendo in un editoriale deglio umori terroristici della nostra sinistra, aveva osato osservare che essi hanno le loro prime radici, appunto, nello spirito del nostro Risorgimento.
Si può infatti facilmente prevedere che l’appetitosa querelle attirerà presto altri autorevoli interlocutori. A rinfocolarla potrebbe inoltre contribuire un’imminente allettantissima occorrenza celebrativa. Si dà infatti il caso che la disputa si sia accesa proprio alla vigilia delll’anniversario di un evento nel quale persino i più appassionati assertori della vocazione non-violenta dei padri del Risorgimento potrebbero scorgere la prova più abbagliante dell’importanza del fattore criminale nella sua storia. E qual è mai questo evento?
È la famosa, sventuratissima «spedizione» di Carlo Pisacane. Quella che fu immortalata dai celebri versi di Luigi Mercantini («Eran trecento, eran giovani e forti / e sono morti»). Che centocinquant’anni fa, esattamente il 28 giugno 1857, trovò il suo tragico epilogo a Sapri: Pisacane e i suoi compagni – una manciata di «patrioti», alla quale si erano aggiunti due o trecento ergastolani liberati dal penitenziario di Ponza la mattina prima dello sbarco a Sapri – furono massacrati dalla popolazione locale: contadini e pescatori assolutamente sordi all’appello della Libertà. Ma che conobbe forse il suo momento più leggendario proprio nell’avventura ponzese, che risulta fondamentale per comprendere i veri motivi del fallimento politico di quell’impresa e le vere cause della violenta risposta della popolazione saprese all’arrivo di quei guerriglieri.
Quel momento fu il gesto con cui Pisacane e i suoi seguaci, dopo aver fatto scalo a Ponza sperando di indurre la gioventù dell’isola ad associarsi alla spedizione, fallito quel tentativo, prima di riprendere il largo verso Sapri, aprirono i cancelli dell’ergastolo locale, che allora ospitava 2.000 delinquenti comuni, e arruolarono due o trecento forzati disposti a seguirli con l’unico scopo di darsela a gambe subito dopo aver raggiunto il continente. Questa è storia, non poesia. Quale soave angioletto buonista impedisce dunque, ancora oggi, a tanti nostri storici, di ammettere che la nostra epopea risorgimentale, anche e forse soprattutto nei suoi momenti più leggendari, non ignorò il fascino del crimine?
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