Quel soldato fascista che chiese di salvare la vita a un partigiano

Stimatissimo Direttore, consentimi di dirti grazie, anche a nome di tantissimi amici, per la bella e coraggiosa campagna promossa da «il Giornale» affinché i vinti del 25 aprile non siano scippati anche del diritto alla memoria. Ai nostalgici della guerra civile ed anche ai tanti che non sanno ti propongo di raccontare la storia tragica e nobile del sangue di un vinto. Quella di Cesare Sangermano milite fascista genovese di diciannove anni che, prima di morire, fece graziare un partigiano ferito nel medesimo scontro e catturato. Converrai con me che per il suo valore altamente umanitario ed educativo meriterebbe di essere narrata nelle scuole. Proprio a questo proposito sono anche a chiederti, caro Massimiliano, di valutare l’opportunità di aprire una raccolta-firme all’interno della meravigliosa famiglia de «il Giornale» per invitare la Direzione Regionale Scolastica ad istituire una borsa di studio su Cesare Sangermano e sul valore e l’attualità del suo gesto. I vincitori, come hai scritto bene tu, sono sconfitti se difettano di umanità ed il futuro sarà davvero migliore se verrà riconosciuto, dopo così tanti anni, anche il sangue dei vinti che, come nel caso del giovane Sangermano rispetto all’odio seppe far prevalere la forza del perdono e dell’umanità.


Partiamo da qui. Da una storia di uomini prima di tutto, lasciando perdere per una volta il colore delle loro camicie: rosse o nere che siano. «È un messaggio bello ed educativo. Solo un barbaro può dire il contrario» spiega il responsabile regionale Pdl per la sicurezza in Liguria. Lui che aveva lanciato un appello perché nel giorno della Resistenza venisse ricordato anche il sangue dei vinti e che proprio nel giorno della memoria, il 25 aprile, dal consulente del sindaco, Nando Dalla Chiesa si è sentito dare una rispostaccia. «Di chiusura e piena di risentimento. Ma così non si va da nessuna parte, non si costruisce nulla». E allora eccolo tornare dopo aver tirato fuori dagli archivi una vicenda da «libro Cuore» come la definisce lui. «Se l’avesse la sinistra, ne farebbe una fiction...».
Cesare e Adelmo, 19 anni entrambi, un fucile da imbracciare per sopravvivere e la tragedia della guerra civile che li obbliga a sparare l’uno contro l’altro. Il primo studente fascista, nipote di Luigi Sangermano, gerarca a Genova poi commissario straordinario per la Liguria. Il secondo Adelmo Daminelli, partigiano nella Brigata Severino, nome di battaglia «Mimmo». È il 9 febbraio 1945 quando i due restano a terra in un conflitto a fuoco. «Sangermano viene ferito a morte in uno scontro con i partigiani - racconta Plino tenendo in mano un vecchio articolo del Secolo XIX con un’intervista al partigiano Mimmo - poi lo portano al San Martino». Nel letto accanto a lui c’è Adelmo. «Prima di morire Cesare raccomanda a sua madre il nemico “Dì allo zio di graziarlo”». E così accade. Poi viene il tempo dei processi ai capi del fascismo e anche Luigi Sangermano, lo zio di Cesare rischia di morire. Ma Mimmo va a deporre in tribunale, racconta la sua storia, come gli fu salvata la vita e salva il gerarca dalla pena capitale. «Questi vinti che vengono rappresentati solo come carnefici e invece avevano tra le loro fila persone capaci di gesti nobili come Sangermano - dice Plinio -. L’uno che dinanzi alla rappresaglia fa vincere il perdono anche se l’altro ti ha sparato. E il partigiano che fece il suo dovere andando a raccontare al processo la verità». Un gesto così ha un valore forte anche nel 2011, la forza dell’umanità e del perdono, oggi che il nemico per alcuni è un avversario da annientare e basta. La scommessa sarà vedere anche come la direzione scolastica accoglierà la proposta di bandire una borsa di studio intitolata a Cesare Sangermano. «Sono passati 66 anni da allora, la memoria è flebile». Per questo bisogna ricordare.
Giulia Guerri