Quel tempo del vino che tinge i ricordi e fa scorrere passioni

L’amore per la Barbera e i vigneti delle colline del Monferrato nel libro di Massobrio

Carlo Revello

Essere nati in campagna porta, inevitabilmente, ad amare il proprio territorio. Un amore unico, esclusivo, che traspira nel modo di ragionare, di vedere e affrontare la vita. Nascere poi nel Monferrato della Barbera più prestigiosa o fra le colline della mia Langa del Barolo di La Morra fra vigneti e boschi, ormai rarefatti, rende la lontananza ancora più pesante. Una continua saudade che scatena la voglia di fare spesso ritorno. Della campagna, per chi se ne allontana, rimane quel sapore romantico fatto di racconti di miserie e di fatiche che sono cosa diversa dalle fatiche vere, dalle sofferenze, dalla paura della grandine. Ecco quindi che Paolo Massobrio per raccontare il suo ultimo lavoro Il tempo del vino, diario di vigna e di passioni, (396 pagine, Rizzoli editore, 19 euro), ha voluto respirare l’aria di casa, riudire i rintocchi delle campane che svegliano i vigneti, rivederne il campanile. Così si conosce quella realtà che, solo se stampata in un libro, potrà continuare a vivere a testimonianza di un passato che rischia di finire nell’oblio. Fra i racconti e gli aneddoti si intuisce come mister Papillon nello scrivere si sia scrollato di dosso una quarantina d’anni divertendosi per questa sua trovata. Più che «Il tempo del vino» fra le righe si scopre «Il tempo divino». Il libro si sviluppa in due parti. La prima inizia raccontando la sua adolescenza e cresce con lui e con il vino, genesi di una passione. Ecco nonna Angelina. Leggendo di lei mi torna alla mente quell’esempio di matriarcato contadino (guai a dire così) che regna ancora oggi sulle colline pettinate di vigne: donne di casa, di campagna, custodi di suoceri anziani e cognati scapoli, prime a svegliarsi e ultime a coricarsi. Il racconto conduce alle radici, come quelle tenaci della vite che piantata sul suo territorio va a fruttificare altrove. Il racconto continua con scorci di vita paesana, agricola, di vacanze estive. Paolo Massobrio, uomo di vino e gastronomia, in questo libro rivede la sua iniziazione. E via, bevendo e mangiando: Barbera o Malvasia di Bosa, un ricordo in ogni bicchiere, un ricordo per ogni pranzo. La sua tesi di laurea sul consumo del vino apre il secondo capitolo seguito dal corso per sommelier e da una attenta citazione di personaggi e produttori legati al nettare di Bacco. Una curiosa e godibile carrellata che «mette in bottiglia» attori, cantanti, nobili, scrittori, giornalisti. Il racconto si dipana così fra «gli anni Ottanta, tra folclore e sperimentazione» dove compare: lo scandalo del metanolo, anno zero per il vino di qualità; le doc regionali; il grande Giacomo Bologna che fece assurgere la Barbera (che all’epoca rappresentava l’unità d’Italia per il mix di vini contenuti) a un prodotto di altissima qualità e fu il profeta del rilancio.
Il terzo capitolo guarda dritto al rinascimento del vino made in Italy e prosegue nel quarto con «2000, nasce quello strano sistema del vino». Ecco l’arrivo degli enologi, delle cantine dei vip, della nobiltà dei giornalisti specializzati di cui fu caposcuola l’indimenticabile Gino Veronelli.
Abbandonata così la prima parte narrativa, che lascia negli occhi verdi distese, colori e realtà agresti e nel cuore ricordi e sentimenti intensi, Paolo Massobrio passa al suo terreno più consueto: la recensione. Qui compare la nostra Liguria con il Roccese della «Valle del Rojo», il Rosso del Tigullio, il Rossese di Dolceacqua, l’Alicante. Descrizione dei produttori e la storia passata e recente di questi vini in una guida alle cantine che abbraccia prodotto e produttore. Nel lungo e dettagliato elenco, che spazia su tutta la penisola isole comprese, la presenza della Liguria è commisurata alle altre zone di produzione che, come logico, impegnano ben più della metà dell’intero volume. Fa piacere comunque constatare che, fra «Le altre mie cantine del cuore», Paolo Massobrio passi in rassegna altri 10 produttori da Levante a Ponente: Massaretti (Albenga), Ottaviano Lambruschi (Castelnuovo Magra), Maria Donata Bianchi (Diano Castello), Giobatta Mandino Cane (Dolceacqua), Cascina delle Terre Rosse (Finale Ligure), Colle dei Bardellini (Imperia), Lupi (Pieve di Teco), Walter De Battè (Riomaggiore), Enzo Guglielmi (Soldano) e Filippo Ruffino (Varigotti). Un libro quindi da gustare e centellinare che mi ha tuffato per incanto nel mio passato. Un suggerimento a tutti coloro, esperti o semplici appassionati, che amano la natura, il cibo, il vino e quel piccolo grande mondo che vi ruota attorno e che vogliono respirare sensazioni di ieri e di oggi e dare più sapore al domani.