Quel ventennio in celluloide che ci regalò il camallo Maciste

Alessandro Massobrio

Macché Hoollywood! Macché Cinecittà! Genova nel ventennio sapeva tener testa ad entrambe, grazie soprattutto a due uomini che sono rimasti a ragione nella storia del nostro cinema. Un grande produttore ed un grande attore. Grande nel senso assolutamente fisico della parola dal momento che si faceva chiamare Maciste ed era il terrore di diavoli, diavolesse, leoni e sceicchi. Tutti messi in riga dai suoi modi bruschi ma persuasivi da camallo.
Ma procediamo con ordine. Nel 1930, prima che le succursali italiane delle grandi compagnie statunitensi Metro Goldwin Mayer e Fox e Paramount allestissero in Italia impianti per il doppiaggio dei loro film, sono preceduti in quest'opera di ammodernamento da un fulmine di guerra di origine - come testimonia il nome - assolutamente ligure. Si chiama Stefano Pittaluga e fiuta, da discendente di una vecchia dinastia di mercanti e proprietari di fondachi, che quella curiosa macchina - sputa - fasci - di - luce, che tutti ormai chiamano cinema, può procurargli ghiotti guadagni.
In pochissimo tempo, Pittaluga si impadronisce così di ben 250 sale da proiezione sulle 2500 presenti in quel tempo nel nostro paese e non contento dell'impresa si supera, trasformandosi in altrettanto breve tempo in produttore ed ristrutturando a Roma i vecchi studi della Cines. Attrezzatosi così dell'indispensabile, si getta nella mischia, producendo nel 1930 il suo primo film. Si chiama La canzone dell'amore e può vantare la sceneggiatura di Luigi Pirandello. Ma non basta. L'anno seguente, il regime di Mussolini, recependo i consigli di questa vecchia volpe del botteghino, emana una legge che prevede un tributo per chi importi o doppi film stranieri in Italia. E' uno dei tanti accorgimenti grazie al quale l'industria della celluloide cresce e decolla negli anni del fascismo, finendo per rivaleggiare in Europa con la Francia e proponendosi, fuori d'Europa, come la migliore riedizione europea dell'industria cinematografica di Hollywood.
È proprio in questo periodo che Stefano Pittaluga fa conoscenza con Bartolomeo Pagano, ex scaricatore del porto ed attore disponibile a sostenere qualsiasi ruolo in cui ci sia da menar le mani e mostrare il turgore dei propri bicipiti. Quando Pittaluga si riprende dalla stritolante stretta di mano di Pagano, l'alleanza è ormai siglata. La F.E.R.T., la società di produzione fondata da Pittaluga, ormai girerà quasi esclusivamente pellicole incentrate su questo esuberante attore, che era stato scoperto addirittura da Gabriele D'Annunzio, per impersonare il forzuto - ammazza - cattivi del film Cabiria.
Sono queste le simpatiche scoperte che aspettano coloro che vorranno affrontare la lettura di Il ventennio in celluloide di Alberto Rosselli e Bruno Pampaloni, una storia del cinema che si legge come un romanzo, pur possedendo l'acribia del saggio e la meticolosità del testo enciclopedico. Nella prima parte - quella a cura di Rosselli - la tesi che emerge tra tanti dati tecnici e notazioni critiche è in fondo la sostanziale libertà di espressione di un cinema a cui il regime lasciò a disposizione un lunghissimo guinzaglio per scorrazzare dove avesse voluto.
Il fatto è che il fascismo - pur gonfiando i polmoni e proclamando, nel celebre articolo pubblicato sulla Treccani, il «tutto nello stato, niente fuori dello stato» - era poi, in buona sostanza, tutto meno che un regime totalitario. E non lo era per la presenza della Chiesa cattolica e della monarchia sabauda, che non poco attenuavano quella volontà onnipervasiva che forse non era condivisa neppure dallo stesso Mussolini.
Attraverso perciò le profonde fessure di questo totalitarismo imperfetto, gli scrittori, gli artisti, i registi e gli attori ebbero modo di gettare lunghe e spesso critiche occhiate sul vasto mondo che li circondava, fornendoci, a tanti decenni di distanza, alcune immagini disincantate delle società del tempo. Quella società italiana degli anni Trenta che, per esempio, nel filone che ormai è conosciuto come quello dei telefoni bianchi, ci mostra il volto piuttosto soddisfatto di una piccola borghesia, pienamente integrata nei quadri del regime, la quale, per la prima volta, incomincia a conoscere ed assaporare qualche piccolo confort di un'esistenza prima fatta solo e soltanto di fatiche.
Ben diversi erano naturalmente i film di propaganda e i lungometraggi dell'Istituto Luce, ma anche in questa produzione non mancano a volta capolavori coperti ingiustamente dalla polvere degli anni e dell'antifascismo militante come quel Sole di Alessandro Blasetti, dedicato alla bonifica della Paludi Pontine, che sarebbe davvero meritorio riproporre oggi non soltanto al ristretto pubblico dei cinefili.
Nella seconda parte del libro, Bruno Pampaloni compie invece un interessante scavo nel cuore della critica di regime, alla ricerca di quei paraocchi ideologici, che, secondo vulgata, avrebbero dovuto restringere a dismisura il campo visivo dei recensori. Vengono perciò prese in esame alcune annate della rivista Cinema, la più autorevole espressione del regime, soprattutto perché diretta dallo stesso figlio del duce, Vittorio Mussolini.
In realtà, Cinema - come fa acutamente notare Pampaloni - si rivela, almeno fino al 1938, anno delle sciagurate leggi razziali, come un sguardo aperto e panoramico sulla realtà internazionale ed in specie sulla produzione americana del momento a cui si riconosce un indiscusso primato in fatto di cinematografia. Gli articoli di Mario Soldati, di Giorgio Vecchietti, di Giorgio Lizzani e dello stesso Vittorio Mussolini sono spesso misurati e ricchi di una competenza che tende sempre ad evitare i toni declamatori tipici del regime.
Diverso è il discorso che inizia a partire dal tempo dell'alleanza organica con la Germania nazista, un discorso reso oscuro e vaneggiante dal fanatismo antisemitico, che trascina gli animi di tutti - anche di quelli che come i naufraghi del Titanic vorrebbero in qualche modo cercare un appiglio alla tragedia collettiva - verso quella stessa collettiva tragedia.
Alberto Rosselli - Bruno Pampaloni, Il ventennio in celluloide, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pag. 234, euro 22,00.