Quel viaggio dell’orrore con i partigiani sulla corriera della morte

Nel maggio 1945 quaranta persone cercarono di fuggire da Savona: gli uomini della Resistenza li catturarono, violentarono le donne e li uccisero tutti

Esiste un massacro, che tutti tendono a dimenticare, chiamato impropriamente della Corriera della Morte avvenuto sulla strada Savona - Altare nel maggio del ’45. Ma sarebbe corretto chiamarla la strage dell’autocarro della morte. Più in là vedremo il perché.
Nel 1956 la Corte di Appello di Genova – Sezione Istruttoria, aveva fatto una ricostruzione completa dei fatti, delle vittime, della dinamica e soprattutto delle responsabilità oggettive.
Ecco la storia: il 25 aprile 1945, la disfatta delle forze armate nazifasciste era evidente, e imminente era pure l’occupazione di Savona da parte dei partigiani, in quella situazione di sfascio, quattro colonne di militari, di fascisti e di persone compromesse col regime in agonia, partirono velocemente da Savona per cercare scampo nel Nord della penisola. La prima di tali colonne era formata da truppe della wermarcht, la seconda da militari della Repubblica Sociale Italiana, la terza dalle cosiddette Brigate Nere, mentre dell’ultima facevano parte il personale, non militare, del Partito Fascista Repubblicano, coi rispettivi familiari ed altri cittadini che avevano collaborato con il fascismo repubblicano, quello di Salò. Le colonne in fuga, furono attaccate da terra e dall’aria e si scompaginarono lungo il cammino, parte di esse si arresero ai partigiani a Valenza Po. Dopo essere stati trattenuti alcuni giorni in tale località, i prigionieri vennero trasferiti ad Alessandria. Pare che nel corso della prigionia ad Alessandria, le prigioniere siano state stuprate dai partigiani in più occasioni. Avuta notizia della cattura, la Questura di Savona, diretta a quel tempo dal partigiano comunista Armando Botta, uomo dalla intransigente cultura operaia e poco incline alla umana pietà, diede ordine di tradurre da Alessandria a Savona un primo gruppo di prigionieri. A quei tempi, vero far west, i magistrati non avevano voce in capitolo. Solo chi era armato ed organizzato militarmente aveva potere di vita o di morte su tutti. E i partigiani rossi, possedevano l’organizzazione, le armi e soprattutto la voglia di usarle.
La prima traduzione venne effettuata il 5 maggio 1945 con caposcorta Stefano Viglietti. Tra i deportati, uomini e donne, vi era il generale Farina ex comandante della mitica Brigata San Marco, spesso impiegata in funzione anti guerriglia. Per lui era già pronto il sicario partigiano, ma appena arrivato a Savona, fu prelevato da elementi armati anglo-americani, suscitando fortissimo malcontento negli ambienti partigiani. Se la scampò, almeno lui...
La seconda traduzione, quella che avrebbe portato ad un bagno di sangue doveva comprendere 52 persone, fra le quali 13 donne, e venne disposta a distanza di pochi giorni dalla prima.
Di essa furono incaricati, attenzione ai nomi accompagnati dai nomignoli di battaglia, Giorgio Massa (Tommy), Dalmazio Bisio (Bill), Ottavio Oggero (Penna Rossa) e Luigi Anselmo (Pue), oltre al Viglietti, Emilio Metri, Umberto Gagliardo ed Egidio Scacciotti.
Tutti costoro, a capo dei quali era il Massa, che rivestiva il grado più elevato (Maresciallo ausiliario di P.S.), il 10 maggio si recarono ad Alessandria con una autocorriera condotta dagli autisti Giuseppe Pinerolo e Nicolò Amandini.
Tutti i gradi di cui questi discutibili personaggi si fregiavano, non derivavano da concorsi, corsi, decreti ministeriali ma bensì la dubbia metodologia di conseguimento dei gradi era simile a quella su cui si baserà in futuro, Idi Amin Dada per autoproclamarsi generalissimo in Uganda. E visto ciò che accadde, questi personaggi non erano molto dissimili da quell’ex pugile antropofago divenuto dittatore in Africa.
Quel giorno stesso, ottenuto dalla Questura di Alessandria l’ordine di scarcerazione dei 52 detenuti, il cosiddetto Maresciallo Massa li prelevò e li fece salire sull’autocorriera, che iniziò il viaggio di ritorno a Savona.
Lungo il tragitto, ai reclusi prelevati ad Alessandria ne furono aggiunti altri, Antonio Branda fuggito da Savona in bicicletta e Giovanni Poggio, interprete al Comando tedesco, prelevato ad Acqui. Dopo il pernottamento nella città delle terme, la corriera proseguì il viaggio la mattina dell’11 maggio.
Per il percorso Acqui/Altare sulla corriera viaggiò anche una staffetta non combattente, di soli 17 anni, della San Marco, Sergio Angelici, ma fu trattenuto nella caserma di Altare e, successivamente fucilato. La sua esecuzione, crudele ed ingiustificata, venne concretamente eseguita da due partigiani di nazionalità polacca, che si lordavano abitualmente le mani di sangue agli ordini dei loro colleghi italiani.
A Piana Crixia, sosta e le donne detenute vennero condotte in un esercizio pubblico per mangiare. Durante la fermata Poggio, unicamente colpevole di essere un traduttore dal tedesco all’italiano e dall’italiano al tedesco, fu fatto scendere e venne ucciso nella Frazione Borgo con una pallottola alla nuca mentre era inginocchiato, a bordo strada, in attesa del colpo di grazia.
Giunta ad Altare la corriera venne fatta fermare davanti alla Caserma dei Carabinieri, a quel tempo sede del presidio partigiano locale, comandato da Giovanni Panza (Boro). Qui tutti i detenuti, fatta eccezione delle donne del Branda e del giovane Armando Morello e del Colonnello Giacinto Bertolotto furono fatti scendere e portati nella caserma dove furono picchiati selvaggiamente con i bastoni.
Qualche ora dopo quegli sventurati vennero fatti salire su un autocarro, il vero veicolo della morte e non come taluni dicono la corriera della morte, guidato personalmente dal Giovanni Panza, e condotti in località Cadibona, nei pressi della Galleria ferroviaria. Prima che il camion partisse, il Viglietti (che forse era il più umano della fosca brigata di assassini) fece scendere tre ragazzini, appartenuti alle formazioni fasciste, Arnaldo Messina, Adriano Menichelli e Romano Viale.
Questi, accompagnati dal Viglietti, seguirono il camion, mentre l’autocorriera con le donne, il Bertolotto, il Branda ed il Merello veniva fatta proseguire anch’essa alla volta di Cadibona.
Arrivati sul posto della mattanza, i prigionieri, 39 persone, che erano sul camion, vennero fatti scendere e trascinati su una piccola radura a lato della strada provinciale; dopo essere stati depredati di ogni avere: delle calzature e dei capi di vestiario, vennero, ad uno o due per volta, fatti scendere in un piccolo avvallamento del terreno ed uccisi a colpi di arma da fuoco.
L’ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana Mario Molinari, approfittando della confusione, disperatamente, riuscì a fuggire di corsa, scalzo, senza scarpe e con solo la camicia, ma venne inseguito da un partigiano in bicicletta, fu ripreso nell’abitato di Cadibona, trascinato con violenza a calci e pugni, sul luogo del massacro e fucilato, negandogli per punizione anche l’assistenza religiosa, da lui richiesta in quanto credente. I poveri cadaveri, crivellati dalle raffiche degli sten e dei mab dei partigiani rossi, rimasero sul posto, in balia degli animali del bosco, sino alla sera del giorno successivo, finché alcuni partigiani e civili, abitanti di Cadibona, provvidero a trasportarli al cimitero del piccolo centro, dove in nottata, vennero seppelliti, in quattro strati sovrapposti, in un’unica grande fossa. Il Cappuccino Padre Giacomo (Eugenio Traversa) li riesumò nel ’49 e ne provvide sepoltura nel Cimitero delle Croci Bianche di Altare.
Il 24 maggio 1945 il Viglietti, l’unico ad avere un minimo di coscienza e pietà umana, sospettato, ovviamente, dagli altri partigiani di essere stato una spia della Rsi, scomparve senza lasciare alcuna traccia, dopo aver detto alla moglie che si doveva incontrare in serata con suoi colleghi partigiani per effettuare un servizio.
Non è difficile immaginare che il Viglietti, l’anello debole della catena, sia stato ammazzato per impedirgli di testimoniare sul massacro dei 39 poveri sventurati, inoltre nel corso degli interrogatori, i veri assassini, con una faccia di bronzo inqualificabile, gettarono tutta la colpa sul povero Viglietti, visto che non poteva essere presente per discolparsi. A tutt’oggi il suo corpo non è stato rinvenuto.