Quel voto è inutile, nel Paese il bipolarismo c’è già

Il referendum sulla riforma del sistema elettorale mette in rilievo il fatto che la politica ha già realizzato quanto il referendum si propone, cioè la formazione di una bipartizione del corpo elettorale e del Parlamento in due schieramenti contrapposti. E ha permesso la formazione di un governo di cui il presidente del Consiglio è il leader indiscusso ed ha piena autorità sulla gestione del Paese. La politica ha saputo dunque operare il sistema partitocratico e collegare la maggioranza elettorale, la maggioranza parlamentare e la direzione del governo.
È improbabile che il referendum raggiunga le maggioranze necessarie per la sua validità e per la sua applicazione, ma la politica ha già compiuto il passaggio dal governo partitocratico al governo popolare. E questo accade da tempo, da quando Berlusconi è sceso in campo. Egli ha realizzato il bipolarismo nella forma possibile a un elettorato educato dal sistema proporzionale e dalla delega ai partiti. Berlusconi ha già operato il cambiamento fondamentale: e questo senza toccare la Costituzione del ’47, ma solo sostituendo il bipolarismo al ruolo dei partiti fondatori storici della Costituzione scritta. Ha cambiato quello che conta, cioè la costituzione materiale del Paese, per usare l’espressione introdotta nella cultura costituzionale italiana da un costituente, Costantino Mortati. Ciò mostra che la politica può cambiare in funzione delle nuove esigenze popolari mantenendo intatto il sistema costituzionale. Quello che potrebbe essere cambiato nella Costituzione è il potere del presidente del Consiglio di nominare i ministri e di sciogliere le Camere. Ma le presenti condizioni in cui la sinistra non è più un’alternativa non permettono di prevedere un consenso costituzionale su questo punto decisivo del sistema politico. Il cambiamento potrebbe essere realizzato con i voti della sola maggioranza, ma non è questo il momento di aprire un conflitto politico costituzionale con l’opposizione. Il problema della Costituzione del ’47 è quello di non aver regolato il rapporto tra Parlamento e governo affidando questo compito alle scelte dei partiti.
Il problema rimane ma non sempre esistono le condizioni per affrontarlo. E allora che senso ha intraprendere una riforma costituzionale per sostituire il bicameralismo attuale con un sistema bicamerale che renderebbe egualmente complessa la gestione del processo legislativo? Occorre nel quadro del grande cambiamento del sistema economico mondiale e della tragedia del terremoto abruzzese che la concentrazione del Parlamento e del governo si collochi sui temi dell’emergenza.
Introdurre nella politica italiana un dibattito costituzionale in questo tempo può essere sentito dal Paese come una questione di regolamento di conti della politica in se stessa e non come la risposta ai problemi della realtà che sono divenuti assillanti per la vita comune di ogni cittadino.
In tempi normali la politica può avere per oggetto la politica, ma questi non sono tempi normali. Il problema urgente è quello messo in luce dal presidente del Consiglio sul diritto del governo a giudicare della urgenza di provvedimento e quindi della scelta del decreto legge invece che del disegno di legge.
È una evoluzione della prassi costituzionale dopo la crisi dei partiti il fatto che il controllo del presidente della Repubblica sugli atti del governo sia divenuto sostanziale, facendo del Quirinale un organo di governo. Ma sarebbe sufficiente una riforma del regolamento dei gruppi parlamentari per risolvere il problema che il governo pone in tempi in cui l’emergenza del governare non può essere discussa. Vi è al riguardo una proposta di Maurizio Gasparri e di Gaetano Quagliariello che potrebbe aprire una strada alla riforma dei regolamenti che consente al governo una via alternativa sui decreti legge.
Vi è un tempo per governare l’emergenza e un tempo per cambiare la Costituzione. Ma questa maggioranza ha già aperto la strada al federalismo fiscale, un provvedimento compatibile con la Costituzione del ’47 che cambia sostanzialmente la figura della pubblica amministrazione.
Appare importante che il ministro Calderoli si dedichi a questo provvedimento e non impegni le sue esorbitanti energie in una riforma che non ha ora il suo tempo.
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