Quell’oceano che separa sinistra e Usa

Il ponte che unisce l'Italia agli Stati Uniti scricchiola paurosamente. La politica estera del governo Prodi in pochi mesi ha confermato i timori di chi aveva compreso che dopo Berlusconi l'asse Roma-Washington si sarebbe indebolito, ma chi pensa che il principale punto di divisione sia rappresentato dall’Irak commette un errore, non conosce l'agenda di Palazzo Chigi, un cahier ideologico che il Dipartimento di Stato aveva sottovalutato e di cui negli ambienti diplomatici americani ora si parla con preoccupazione.

Irak
Il caso Irak è la punta dell’iceberg, tradisce non solo la linea filoaraba del governo, ma anche un disegno preciso contro l’amministrazione repubblicana di George W. Bush. Quando D’Alema dice che «la ricerca di una via d'uscita dalla situazione irachena non passa attraverso un incremento della pressione militare», ignora volutamente il resto del piano della Casa Bianca. I militari sono parte fondamentale della strategia di clear, hold and build (pulire, tenere e costruire) necessaria per consentire all’Irak di uscire dalla tenaglia dei terroristi. L’incremento delle truppe (21.500 soldati in più) è fondamentale - addirittura insufficiente secondo autorevoli analisti militari - e il piano americano per la prima volta non è né indefinito né infinito, chiama il governo iracheno alle sue responsabilità e ad esercitare i suoi poteri. Non c’è un’alternativa e lo stesso piano Baker elaborato dall’Iraq Study Group (citato da Prodi qualche giorno fa) si apre con questa frase: «Non c’è una formula magica per risolvere i problemi dell’Irak». Formula magica che non hanno neppure D’Alema e Prodi, i quali si limitano a dire «no» a Bush.

Iran e nucleare
Il risiko iracheno si porta dietro il problema di Siria e Iran. Il governo italiano sostiene la necessità del dialogo (unica vera novità del rapporto Baker) ma per la Casa Bianca sedersi al tavolo con chi progetta la bomba atomica e sogna la cancellazione di Israele dalla carta geografica è inaccettabile. La cosa invece non crea nessun imbarazzo a Palazzo Chigi e alla Farnesina. La linea del governo italiano sulla proliferazione delle armi di distruzione di massa e della lotta al terrorismo è volutamente ambigua, opposta a quella americana. Dove l’Italia cerca l’appeasement, l’accordo, Washington lavora per sanzioni, pressioni e - come ultima opzione - l’attacco preventivo. Il caso del raid americano in Somalia contro le corti islamiche pilotate dai terroristi di Al Qaida, con l’automatica condanna di D’Alema, è esemplare e ha creato ulteriore tensione tra Italia e Stati Uniti.

Israele
Il centrosinistra con Israele ha sfiorato più volte l’incidente diplomatico. La guerra in Libano ha messo in evidenza le posizioni filoarabe del ministro degli Esteri D’Alema, la sua passeggiata con un dirigente di Hezbollah a Beirut è diventata il simbolo dei difficili rapporti tra il governo Prodi e la comunità ebraica. Il diritto di Israele all’autodifesa - e all’attacco preventivo - è messo in discussione dall’atteggiamento benevolo nei confronti del nemico numero uno di Gerusalemme: l’Iran di Ahmadinejad.

Afghanistan e Nato
Il sostanziale disimpegno italiano nella guerra ai talebani nel Sud dell’Afghanistan ha danneggiato una già fragile alleanza e la missione guidata dalla Nato. Nonostante le rassicurazioni del ministro della Difesa Arturo Parisi, il nostro contributo militare è destinato a scendere.

Basi militari
Capitolo delicatissimo. Gli Stati Uniti dopo aver annunciato il ritiro dalla base navale di La Maddalena in Sardegna, probabilmente si troveranno di fronte a un «no» del governo all’ampliamento della base di Vicenza. La collaborazione militare tra Italia e Stati Uniti ne uscirebbe indebolita, proprio nel momento in cui negli Usa si è riaperto un dibattito sull’incremento di truppe in Europa, necessario per un rapido dispiegamento su aree di crisi come l’Africa.

Onu e pena di morte
L’impiccagione di Saddam Hussein ha innescato la proposta italiana all’Onu di moratoria mondiale della pena di morte. D’Alema ha ribadito che non è un’iniziativa antiamericana, ma un «passo di civiltà». Il che equivale a dire che gli Stati Uniti - dove si applica la pena di morte - sono un paese incivile e non il baluardo della democrazia. Se non è fonte di tensioni, è il segno dell’assenza di bon ton diplomatico. È la stessa impostazione ideologica che ha prodotto la frattura sul Tribunale Penale Internazionale.

Kyoto e ambiente
L’Unione è «kyotista», vuole l’applicazione dell’accordo sulle emissioni di gas serra, nonostante abbia un costo altissimo per il sistema industriale e obiettivi scarsamente raggiungibili. Gli Stati Uniti non applicano l’accordo e hanno varato un’iniziativa, chiamata Asia and Pacific Partnership on Clean Development and Climate, che punta a coinvolgere sul tema «verde» i Paesi emergenti, grandi inquinatori come Cina e India. La Partnership coinvolge Paesi che rappresentano il 65% del Pil mondiale, il 45% della popolazione, il 51% del consumo energetico e il 49% delle emissioni di gas che alterano il clima. L’Italia non ne fa parte e il governo dell’Unione, prigioniero dell’estremismo verde, si trova su posizioni diametralmente opposte a quelle statunitensi.

Europa
È l’epicentro del terremoto nei rapporti con gli Stati Uniti. L’Italia con Berlusconi giocava un ruolo fondamentale, di garanzia per l’alleato americano, un Paese capace di contenere le spinte centrifughe della Francia di Chirac, della Germania dell’ex cancelliere Schroeder e poi della Spagna di Zapatero. Con Prodi lo scenario si è capovolto e nel giro di pochi mesi si è realizzato quello che spiegava il 12 aprile del 2006 la Heritage Foundation in un paper firmato da Nile Gardiner: «Gli Stati Uniti devono guardarsi da un potenziale asse anti-americano che si sta creando tra Roma, Parigi e Madrid».