Quella casbah chiamata Milano

Filippo Facci

Il bello è che ciascuno lamenta la casbah sua, ti parlano addirittura di San Siro, la parte povera del quartiere, gli sterminati casermoni attorno a Piazza Selinunte, i negozi arabi, i carcerati ai domiciliari, al Jazeera che riecheggia nei cortili e malavita, spaccio, risse, donne islamiche che addirittura vengono alle mani davanti alla scuola di via Paravia. E invece no, la casbah è quella dietro Porta Venezia, zona via Lecco-viale Tunisia, quella coi phone center e gli internet point, il bar Eritrea e il ristorante Addis Abeba: se elimini il Lazzaretto e il Multisala pare davvero periferia africana.
O forse sono panzane, la vera casbah è in quell’intrico di viuzze dietro Corso Genova, o forse no, è nella zona Maciachini-Imbonati-Pellegrino Rossi, e poi certo, in zona Stazione Centrale: ma allora il Corvetto? In quel quartiere lo spartiacque è in fondo a via Oglio, dopodiché comincia il suk: insegne solo in arabo e per strada più arabi che italiani. Poi c’è la zona di piazza Arcole, dietro i Navigli, vicino alla piscina Argelati: puoi incrociare donnoni in burka. E poi sì, certo, via Padova, tre chilometri e mezzo di via, oltre 400 numeri civici: a percorrerla tutta, martedì notte, si potevano contare 85 probabili islamici, divisi in gruppetti, più una prostituta filippina. Nessun autoctono.
C’era una macelleria islamica che a mezzanotte e 18 era ancora aperta, c’erano insegne di parrucchieri arabi, trionfo di kebab: in tutto 96 attività commerciali straniere aperte solo negli ultimi tre anni, compresi 40 phone center e 43 minimarket. È qui la casbah: perché la casbah è Milano. Perché a Milano, negli ultimi dieci anni, i giovani italiani tra i 18 e i 29 anni sono calati del 30 per cento, e a lasciare la metropoli sono tuttora 30mila l’anno, mentre i ragazzi 25-29enni extracomunitari (in maggioranza islamici) sono aumentati del 54 per cento in dieci anni.
Milano resta la provincia italiana con il maggior numero di abitanti provenienti da Paesi mediterranei non europei, e le imprese e ditte rette da extracomunitari, in maggioranza egiziani e marocchini sovente islamici, a Milano sono il 60 per cento di tutte quelle straniere: crescono di circa il 25 per cento l’anno e, da sole, sono il 10 per cento di tutte quelle italiane: circa 12mila imprese nel 2003, ultimo dato disponibile. La casbah è qui. Perché Milano è la provincia italiana con più alunni stranieri in assoluto: circa 45mila, pari al 40 per cento della popolazione scolastica straniera di tutta la Regione (in maggioranza islamica) e al 25 per cento di quella straniera di tutto il Paese. A Milano, appunto, il 25 per cento degli iscritti agli asili nidi è straniero. Gli alunni italiani, a Milano, stanno fuggendo dalle scuole pubbliche e si rifugiano in quelle private che peraltro crescono del 10 per cento l’anno con lunghe liste d’attesa e aule che scoppiano: «Le famiglie scappano quando vedono classi con oltre la metà di alunni extracomunitari», racconta una preside; «Alcune classi hanno fino al 70 per cento di alunni non italiani, mi chiedo se si debba parlare di integrazione o di scuole ghetto». Forse si riferiva a via Paravia, scuola con otto scolari stranieri su dieci a dispetto della norma che vieterebbe di superare il 50 per cento.
Ma ci sono anche scuole come la Besozzi e la Vidari, che hanno situazioni più o meno analoghe, mentre nella maggioranza delle scuole la percentuale resta al 30 per cento. Eppure gli extracomunitari che si iscrivono a una scuola superiore, dopo le medie, sono solo il 2,3 per cento: gli altri vanno a lavorare, fanno altro. Ecco, che cosa? Qualcuno, magari, va nelle scuole islamiche o arabe che siano. Di via Quaranta si sa ormai tutto: la scuola, laddove i ragazzi cantavano il jihad nell’inno mattutino, ufficialmente fu chiusa perché i locali non erano a norma. Via Quaranta è in quel di Corvetto che resta il quartiere di Milano col più alto tasso di immigrazione, la Casbah ad honorem, zone dove la presenza dell´integralismo musulmano è palpabile a tutte le ore: la moschea di via Quaranta resta inopinatamente la più estremista dell’Islam milanese (l’Imam era il famigerato Abu Omar) e la rete di macellerie coraniche sono state oggetto di indagini per presunti contatti con organizzazioni clandestine.
Il muezzin della moschea, per capire il genere, due anni fa fu denunciato dalla figlia 17enne per botte e maltrattamenti che poi toccarono anche al resto della famiglia: oggetto del contendere, oltre a posture ritenute troppo occidentali, la richiesta di cittadinanza italiana finalmente possibile dopo 10 anni: ma «siamo marocchini e resteremo marocchini» era stata l’emblematica risposta del muezzin. E come lui la pensano migliaia. La chiusura della scuola di via Quaranta originò una diaspora: parte degli alunni è andata nella solita scuola di via Ventura (in realtà già dall’anno scorso, nel doposcuola) mentre un’altra parte è andata nella scuola pubblica e un’altra parte pare scomparsa: forse ha lasciato il Paese, più probabilmente ha lasciato la scuola.
Anche di via Ventura ormai si sa tutto: aperta senza autorizzazione, qualche ora di Corano e religione la settimana, libri di testo in lingua italiana ma scritti in Egitto. Per chi è rimasto escluso da via Ventura ci sono comunque scuole di complemento: per esempio quella di viale Jenner, già oggetto di indagini della Digos che sospetta presunti contatti con Al Qaida. La struttura ha circa 210 bambini che ovviamente studiano il Corano, ma questo è notorio. È meno noto che ad avere la sua scuoletta sia pure Ali Abu Shwaima, l’imam della moschea di Segrate già assurto agli onori delle cronache per un recente scontro televisivo con Daniela Santanchè: una scuola curiosamente mai pubblicizzata e di cui i due siti internet del centro islamico non fanno cenno. Un volantino appeso a una porta secondaria della Moschea recita tuttavia così: «Si comunica che sono aperte le iscrizioni per l’anno scolastico 2006-2007. Inizio scuola: domenica 8 ottobre 2006, ore 14.30. È rivolta a tutti i bambini musulmani che frequentano le scuole italiane (da 4 a 14 anni) che pertanto hanno bisogno di frequentare una scuola domenicale che integri la loro educazione e le loro esperienze nell’ambito religioso. Il nostro intento è quello di aiutare i bambini affinché diventino Inshallah, dei bravi ambasciatori dell’Islam, onorati della loro identità. Materie d’insegnamento: Corano, religione, lingua araba. Iscrizioni: sono aperte sino a domenica 29 ottobre».
C’è ancora tempo. Del resto l’Imam l’ha anche detto di recente: «L’Islam trionferà, è solo questione di tempo». Che Milano sia «il laboratorio dell’Islam italiano» in effetti non l’ha detto lui, ma il Centro Ambrosiano di Documentazione per le Religioni, strumento dell’Arcidiocesi. A Milano c’è appunto il Centro Islamico di Segrate di via Cassanese 3; c’è la Casa della Cultura Islamica di via Padova 38 col suo corso di arabo per bambini; c'è l’Istituto Islamico di viale Padova 144; c’è l’ordine sufico dei Jerrahi-Halveti di via Ascoli Piceno 24; c’è il centro Dahira Touba di via Carnevali 26; c’è la Co.Re.Is di Abd al Wahid Pallavicini, interamente composta da musulmani italiani; c’è il centro turco di viale Monza 160; ci sono gli sciiti iraniani in via Tolstoj 18, c’è molto altro che probabilmente non conosciamo. Compresi dei dati precisi. Uno studio dell’Ismu, ex fondazione Cariplo, fa sapere che a Milano gli immigrati di religione musulmana sarebbero il 28,7 del totale, quindi 52mila circa. Il 37 per cento di essi, poi, frequenterebbe almeno occasionalmente dei luoghi di culto o altri centri di aggregazione. Ma forse mancano all’appello i clandestini: e infatti, dalla Questura, ufficiosamente, mormorano che a Milano i musulmani potrebbero essere da 70mila a 100mila, occhio e croce. E scusino la croce.
Filippo Facci