Quella chiamata che ha spazzato le nubi dal Colle

Il Presidente era «furibondo» per le parole dei ministri lumbard

Massimiliano Scafi

da Roma

Driiin. Sono quasi le nove del mattino, c’è un sole pallido a Castelporziano e c’è Silvio Berlusconi all’apparecchio. Una telefonata «attesa», un colloquio breve e, raccontano, amichevole. Il Cavaliere trova subito le parole giuste. «Caro presidente - dice in sostanza -, mi voglio scusare a nome del governo e voglio farti sapere che non condivido assolutamente gli attacchi che ti sono arrivati sull’euro. Inviterò Roberto Calderoli e gli altri ministri a un comportamento più adeguato». «Grazie - risponde Carlo Azeglio Ciampi - apprezzo molto la chiamata». Un’ora dopo il premier mette nero su bianco. «Il presidente del Consiglio - si legge in una nota di Palazzo Chigi - ha espresso la sua piena solidarietà al capo dello Stato, a nome personale e del governo, si è dissociato dalle critiche e ha richiamato tutti i ministri al rispetto del proprio ruolo e dei più alti vertici della Repubblica».
Incidente chiuso, con la «soddisfazione» del Quirinale: e così tra i due presidenti ritorna il sereno. Nelle ultime ore, dopo le parole di Maroni e Calderoli, il barometro istituzionale segnava burrasca, con un Ciampi prima «amareggiato», poi «irritato», infine addirittura «furioso» con i leghisti, «deluso» per la mancata copertura di Palazzo Chigi e «preoccupato» per i riflessi internazionali della sparata leghista: tra pochi giorni i nostri conti verranno esaminati a Bruxelles, dove rischiamo una «procedura» per deficit eccessivo. Per placarlo, è stato quindi necessario che Berlusconi si decidesse a fare questo passo diplomatico. Un passo soltanto «atteso»? O è stato apertamente sollecitato? Secondo alcune voci, la mossa distensiva del premier è frutto di un’intensa pressione del Quirinale. Ci avrebbe pensato Gaetano Gifuni, al termine della lettura dei quotidiani, ad alzare la cornetta e a chiamare Gianni Letta. Una telefonata, si dice, abbastanza tesa, durante la quale il segretario generale avrebbe energicamente richiamato l’esecutivo «alle sue responsabilità». Un invito basato sulla legge di riordino della presidenza del Consiglio e che attribuisce al premier la titolarità «delle politiche di indirizzo del governo»: è lui quindi che deve «rispondere» delle dichiarazioni che si discostano «dalle linee indicate e votate in Parlamento». E siccome sia l’euro sia il Trattato costituzionale sono stati approvati dalle Camere, Berlusconi si trovava obbligato a prendere le distanze da Maroni e Calderoli. Continuando a tacere, il Cavaliere avrebbe di fatto condiviso le loro posizioni. Senza contare che l’affondo leghista contro l’euro colpiva direttamente Ciampi e il suo ruolo, da presidente del Consiglio e poi da ministro dell’Economia, nell’ingresso nella moneta unica. Attacchi ripetuti, senza nessun distinguo dalle parti del premier: le difese alzate da An e Udc non sarebbero state considerate sufficienti. Da qui la sorpresa, l’irritazione e la richiesta di intervento.
Ma questa ricostruzione viene seccamente smentita dal Colle: il Quirinale, dicono, non ha mai sollecitato una presa di posizione di Palazzo Chigi. Quelli di Berlusconi, insistono, sono gesti spontanei, anche se ovviamente «molto apprezzati», in particolare la tirata d’orecchi ai ministri. Il presidente ha sempre difeso l’euro perché, come dice spesso, «ha salvato il Paese da crisi valutarie», però è «consapevole» dei problemi, dall’aumento ingiustificato dei prezzi alla perdita di competitività delle merci: «Da solo - ha spiegato ad Aquisgrana quando gli hanno dato il premio Carlo Magno - l’euro non basta per rilanciare l’economia».