Quella disarmante voglia di veline

Bruno Fasani

Questa sera l’Italia conoscerà la più bella del reame. Che siano belle non c’è che dire. Che vinca la migliore è altro discorso. Dietro ad una vittoria ci sono molteplici fattori: l’estetica, la disinvoltura, la simpatia, le spintarelle, le campagne elettorali, giocate con investimenti milionari, purché la bella di turno possa avere il puntello dei voti, là dove non arriva la forza delle grazie. E soprattutto c’è uno studiato meccanismo di eliminazioni, attraverso la scelta di una rivale, che abbia i presupposti di fragilità o minore avvenenza, tali da non consentire possibili sorpassi.
In queste sere, per chi abbia avuto tempo o buontempo di seguire il programma su Miss Italia, il reality di Cenerentola ha lasciato sul campo qualche riflessione.
Ho parlato volutamente di reality, perché come le varie Isole dei Famosi o i Grande Fratello, siamo ad una nuova antropologia, una svolta culturale. È come se fossimo passati dalla vecchia cultura solidaristica di una società religiosa e contadina alla competizione individualista della società post moderna.
Vince chi elimina l’altro. Potrebbe essere lo slogan del nuovo verbo pedagogico per garantirsi il futuro. Non siamo più a chi emerge perché s’impone col fascino della personalità, con i tratti di un’amabilità coinvolgente. Nelle nuove «case o isole» non vince chi le sa popolare di compagnia, chi è capace di attrarre, chi sa mostrare a quali condizioni si sta bene insieme. Siamo invece al mors tua, vita mea.
Certamente fa ben sperare la preparazione culturale delle nuove aspiranti. Era solo qualche anno fa quando ad una concorrente miss Italia fu chiesto chi era Leonardo Da Vinci. Lapidaria la risposta: l’aeroporto di Roma! Oggi, le nuove promesse discettano d’arte, di lingue, aspirano a diventare esperti magistrati o criminologhe di successo. Nessuna che sogni di diventare madre. Ma forse questo lo si dà per scontato. Rossana Rossanda ne La ragazza del secolo scorso sostiene che l’identità femminile è una pasta sfoglia: madre, moglie, figlia. Forse oggi la sfoglia ha cambiato ingredienti, ma è pur sempre vero che la donna, quando non è portatrice di un progetto proprio di vita, rischia comunque d’essere ciò che le viene chiesto dalle aspettative sociali e familiari. Genitori in deliquio, disposti a tutto pur di avere la figlia in vetrina, dicono quanto sia alto, nella formazione delle nuove generazioni, il peso e il rischio di un imprinting psicologico etero diretto.
In un sondaggio di qualche tempo fa, le ventenni italiane mettevano, come priorità della vita, la cura del corpo (68%). Al secondo posto l’amore, con il 59% e al terzo lo studio, al 38%. Quarta e quinta posizione per amicizia e famiglia, rispettivamente al 36 e 25%. Il sondaggio diventava poi alquanto inquietante di fronte alla domanda: a cosa saresti disposta a rinunciare pur di curare il tuo corpo? Senza incertezze le risposte: l’84% si dichiarava pronta a rinunciare al cibo, mentre il 75% era disposta a lasciare lo studio. Sarebbe ingeneroso attribuire solo a loro la responsabilità di simili aspettative, ma sarebbe ingenuo non cogliere la drammaticità di un progetto educativo che ha le prospettive del volo di una quaglia. Si dice che la parola desiderio derivi da de sidera, dalle stelle. Per dire che dietro al sogno di un giovane c’è in qualche maniera l’ampiezza dell’infinito. Forse non sarebbe una riflessione inutile, nella società delle veline, tornare a distinguere le distanze e le grandezze del cielo da quelle dei riflettori.
I sondaggi, si sa, si prestano a evidenti semplificazioni. Il ceto sociale e il contesto ambientale non sempre sono portatori di omogeneità e quindi anche queste considerazioni possono lasciare il tempo che trovano. Il Paese è popolato di giovani, intraprendenti, vivaci, capaci, profondi, efficienti. A voler guardare con attenzione sono più le ragioni di speranza che quelle di delusione. Sempre che si abbia l’avvertenza di non consegnarli a progetti fasulli, imbastiti sui profili bassi di una cultura da veline, che garantisce visibilità sul palcoscenico, quanta disarmata solitudine dietro le quinte.