Quella sinistra che non molla mai la poltrona

La classe dirigente napoletana, travolta dallo scandalo della "monnezza" e ora dalle indagini sugli appalti, non fa passi indietro.
L’ex ministro Pecoraro capostipite degli "inamovibili". E al club
s’iscrive anche Villari

Tiempe belle 'e na vota.
Quali erano i tempi belli di una volta? Erano quelli, per esempio, dell'antica Roma, in cui chi sbagliava pagava. E non aspettava che qualcuno lo punisse: si puniva da sé. Ricordate la storia di Muzio Scevola? Avendo accoppato per sbaglio lo scriba di Porsenna, mise la mano destra in un braciere dove ardeva il fuoco dei sacrifici, e non la tolse fino a che non fu completamente consumata. Se in piazza Municipio a Napoli, dove sorge il palazzo del Comune, si installasse un braciere degli errori, molti dei reggitori della cosa pubblica partenopea dovrebbero arrostire non solo la mano destra, ma la sinistra, e poi i piedi, il busto, e infine la testa, che dalle mie parti dicesi «capa».
Tra spese folli e inutili (corsi per aspiranti veline, opere d'arte che sono la schifezza della schifezza della schifezza delle opere d'arte) cattiva manutenzione della strade (proprio alcuni giorni fa è morto un uomo a causa di una buca, segnalata più volte dai cittadini del quartiere), accumulo vergognoso di immondizia (una questione risolta in poche settimane da Berlusconi) eccetera, la sinistra napoletana ha accoppato, in questi anni di (stra)potere decine di scriba di Porsenna, ma non le è saltato mai per la mente di stendere il braccio sul braciere.
Al contrario, ha sempre difeso il proprio operato. Ha sempre sostenuto di aver agito per il meglio, di aver fatto addirittura «miracoli», in una città anarchica per vocazione, in cui il senso dello Stato è quasi zero.
Ai tempi dell'emergenza immondizia, gran parte di Napoli (diciamo pure d'Italia) chiese le dimissioni di Bassolino. Egli era stato incapace di gestire tale emergenza. Si chiesero anche le dimissioni del sindaco Iervolino, di Pecoraro Scanio e altri. Niente. Rimasero tutti al loro posto.
Ora c'è una nuova tempesta giudiziaria. L'affare Romeo, l'imprenditore sotto inchiesta per appalti concernenti refezioni scolastiche, manutenzione delle strade e altro, sta coinvolgendo sempre più esponenti politici locali, e qualcuno ha preso la saggia decisione di autosospendersi.
Ma i pezzi da novanta? 90, nella Smorfia (il libro cabala dei sogni) «fa» la paura. Ma solo nella Smorfia. A Palazzo san Giacomo (sede del Comune di Napoli), fa la conferma del proprio mandato. «Io non mi dimetto - ha dichiarato Rosa Russo Iervolino -. Vado avanti nell'interesse della città» (è come se il comandante del Titanic avesse detto: «Nell'interesse di questo transatlantico, vado a tutta velocità verso l'iceberg»). Confessione: a me il sindaco di Napoli non è antipatico. Nutro anzi una qual certa simpatia nei suoi confronti. Ella deve «gestire» la più ingestibile città del mondo, e se non è diventata pazza (pazza furiosa), è un miracolo personale che le ha fatto san Gennaro. Però certe uscite non può permettersele. Non può dire: «Vorrei che la città capisse che il sindaco non ha alcun interesse a fare il sindaco, né economico né politico». Queste sono frasi degne di Pinocchio.
E ora la chiusa. Fino all'avvento di Ottavio Bianchi, il Napoli aveva vinto ben poco. Con Bianchi in panchina vinse dopo più di mezzo secolo lo scudetto, e poi una coppa Uefa e una coppa Italia. Ciò nonostante, Bianchi non era simpatico ai tifosi. Dagli spalti si levavano cori che facevano così (la musica di accompagnamento era quella classica degli incantatori di serpenti): «Te ne vaje, o no? Te ne vaje sì o no?». Bianchi prese atto e andò via.
Da anni i napoletani stanchi di vivere in questa città di guai stanno cantando: «Ve ne iate, o no? Ve ne iate, sì o no?». È mai possibile che a Napoli i vincenti facciano le valigie, e i perdenti le tengano in soffitta?
Proprio come quel Riccardo Villari, che nonostante tutto e tutti continua a fregiarsi dell’incarico (inutile per come sono andate le cose) di presidente della Commissione vigilanza della Rai. Prima gentilmente invitato a farsi da parte, poi espulso e messo all’indice ed espulso dai compagni di partito. Quale? Quello democratico, naturalmente. Niente, lui è rimasto lì seduto sulla poltrona e per ora ci resta, a dispetto dei santi. Ecco la storia di un altro napoletano ormai diventato illustre, con tanto di ammiratori al seguito. Stai a vedere che l’essere incollati alla sedia è la specialità partenopea? Più del babà, meglio della pizza.