Quella sveltina di venti minuti con la «rossa» sempre sognata

nostro inviato a Maranello (Mo)

Quel suggerimento prometteva bene. «Vai a Maranello e proprio accanto al Museo della Ferrari, poco oltre il Reparto corse, troverai un gruppetto di “rosse”, splendide e disponibili. Per loro fanno la fila. Vengono anche dall’estero. Le trovi sempre lì, 365 giorni all’anno, dalle 9,30 alle 19. Non fanno nemmeno la pausa pranzo. E puoi scegliere di stare con loro a lungo, per un’ora, pagando da 300 a 500 euro a seconda di quale rossa avrai scelto; quello medio, venti minuti, da 100 a 200 euro; oppure anche una cosa veloce, una sveltina: 10 minuti per soli 60».
Si poteva fare. Per un giorno, orizzonti vermigli, altro che il grigiore della politica! Così ci corro a tavoletta, emozionato, verso quel luogo del mito chiamato Maranello, piantato là nella Bassa, tra la Via Emilia e il West. Per arrivarci prima, faccio lo slalom tra minacciosi Tir e pallide roulottes di pallidissimi vacanzieri belgi - i peggiori, al volante - diretti verso il mare e verso una scottatura garantita.
Con un pizzico di senso di colpa parcheggio la mia Audi un po’ discosta - occhio non vede, cuore non duole - ed entro in quel luogo di tentazione. Si chiama Pushstart, di fatto «premi e parte». Molto promettente. Infatti, è un colpo di fulmine: la “mia” rossa è lì, tirata a lustro, un eccitante bendidio di curve come gliele poteva aver fatte soltanto mamma Pininfarina: cesellate nell’alluminio.
Si chiama F430, mi informano. Gran bella bestia! Motore V8 a 90 gradi, che a dirlo così non sai bene che significhi, ma fai senz’altro la figura del fico; cilindrata di 3.586 cc (e alcune versioni anche oltre); potenza di 490 - diconsi 490 - cavallini gloriosamente rampanti. Per i più aridi e prosaici si potrebbe aggiungere, guastando però la magia del momento, che la bella bestia è in listino da 172mila euro in su. Che cosa poi significhi il 430 della sigla, non so neanche quello e non lo chiedo nemmeno. Saranno forse i battiti cardiaci di chi, come il sottoscritto - e già li sento - si mette alla guida di una Ferrari per la prima volta nella vita.
Calmo, mi dico, è solo un’automobile. Ti bastano la patente, una firma sotto la polizza Kasko e il pagamento in anticipo, contanti o card fa lo stesso. Poi prendi, parti e vai, perdipiù con un tutor al tuo fianco. Sì, calmo... facile a dirsi. Non saranno arrivati proprio a 430, ieri, i miei battiti, ma già ad aprire quella portiera rossa, eccoli seguire uno spartito tutto loro, andante con brio verso l’extrasistole. Poi mi siedo sul sedile, giù, quasi a terra. E ho un tuffo al cuore: da quel bollo giallo, al centro del volante, mi fissa il destriero rampante e nero (quello dell’asso del volo Baracca) che il geniale Drake, Enzo Ferrari, volle sulle sue auto a partire dal 1932.
«Inserisci la chiave nel quadro, tieni pigiato il pedale del freno, tira il manettino di destra e premi il tasto di accensione a sinistra». Stefano, il tutor che mi siede a fianco, sfodera una di quelle facce simpatiche che ha la gente di qui, venuta su a tigelle, squacquerone e motori. Lui, con le sue «esse» trascinate, mi dice che prima faceva il camionista per la Ferrari. Portava in giro da un autodromo all’altro le motorhome che seguivano le gare. Si racconta, Stefano, come per mettermi a mio agio. Infatti io, senza pensarci, sfioro quel tasto...
Ed è allora che la bella bestia, quel bendidio di curve, emette un ruggito. O meglio, è un urlo di piacere. Suo e mio. I battiti salgono. Come Fantozzi, ho la salivazione azzerata. E invece no, ti rendi subito conto che è facile, che lei è docile, che ciò che conta è trovare il vostro ritmo. Il resto è solo musica, almeno alle velocità controllate alle quali puoi andare. Perché le voci che girano, quelle di bolidi visti sfrecciare a 300 all’ora sulla tangenziale di Modena, sono appunto soltanto voci. O meglio, favole.
Il boom di queste esclusive società di noleggio non poteva che finire infatti nel mirino dei vigili urbani e della polizia stradale, oltre che far storcere il naso ai vertici della Ferrari stessa, infastiditi da quello che considerano un danno di immagine per il marchio. O forse seccati di non aver avuto loro, quell’idea, per primi. Basti dire che soltanto la Pushstart, quella che ho scelto a caso, tra le otto nate in zona, viaggia a una media di un centinaio di clienti al giorno.Ha aperto poco più di un anno fa e da allora non ha mai fatto vacanza.
Resta comunque il fatto - sacrosanto - che con l’acceleratore non si scherza. Il tutor è lì anche per quello, per indicarti curva dopo curva, rotonda dopo rotonda, il percorso da seguire. E per ricordarti che la strada davanti a te, uno zigozago di provincia padana, tra capannoni operosi e fumanti osterie con cucina, non è la vicina pista di Fiorano. E che tu, soprattutto, non ti chiami Schumacher.
Del resto, devi poter guidare un’auto così per capire che i 300 all’ora non contano. Il cuore non batte andante con brio per la velocità assoluta, ma per quella relativa che la rossa raggiunge da qui a lì, ululando di piacere, prima del tuo stesso pensiero. E se il tuo benedetto muscolo sfiora l’extrasistole, è per quel mito che hai la fortuna di tenere tra le mani. Mica per altro.
Poi, però, i venti minuti fanno presto a passare e il sogno finisce. Scendendo, a malincuore, dò un’ultima carezza alla rossa. La mia fedele Audi, dietro l’angolo, per fortuna non ha visto nulla. Ma se domani qualcuno glielo dovesse andare a dire, farò come si fa in queste situazioni con una moglie: negherò fino alla fine.