Quelle congiure ordite per impadronirsi del potere di Genova

di Pier Guido Quartero

Che i genovesi siano per antica tradizione più portati ad apprezzare la sfortuna dei loro concittadini che non la fortuna propria è voce corrente. Anche al giorno d’oggi, i giornali locali lamentano spesso che chi ha in mano le sorti della città, non importa se economiche o politiche, tenda più ad impedire il realizzarsi dei progetti altrui che a portare a compimento i propri.
Data questa impronta caratteriale, ne consegue naturalmente che uno dei più interessanti filoni della storia criminale cittadina sia quello relativo a complotti e congiure, orditi nel tempo per impadronirsi del potere in città o per consegnarla a potenze straniere; comunque per impedire che altri governino a modo loro.
Volendo trattare l’argomento, è opportuno distinguere, tagliando con l’accetta, due periodi nella storia genovese, divisi da una data, il 1528, che costituisce, sotto il profilo istituzionale, il momento del passaggio dalla Repubblica medioevale alla prima modernità.
Nel periodo medioevale, il modificarsi delle forme di governo e l’alternarsi dei diversi schieramenti al comando della Repubblica erano spesso legati a manifestazioni del popolo, fomentato dalle parti in causa, e si traducevano talvolta in significative riforme delle istituzioni (così nel caso della nascita del Dogato, con Simone Boccanegra, il 24 settembre 1339) e talaltra in sanguinosi massacri (così nel dicembre 1435, quando venne letteralmente fatto a pezzi, come ricorda una lapide posta vicino alla chiesa di San Siro, Opizzino d’Alzate, che governava la città per conto di Filippo Maria Visconti, Duca di Milano). Si trattava, in ogni modo, di ampi movimenti popolari che avevano assai più le caratteristiche della sommossa che quelle della congiura. Sarà con le Reformationes novae volute da Andrea Doria nel 1528 e con la conseguente creazione di un unico ordine dell’aristocrazia, nel quale confluirono sia le famiglie (Alberghi) appartenenti alla nobiltà feudale e sia quelle di origine popolare, che l’equilibrio raggiunto tra le diverse componenti dell’oligarchia cittadina renderà assai più difficile il ricorso alla piazza per modificare gli assetti del potere. Ciò rende necessario un nuovo modo di agire, che prevede il coinvolgimento di poche persone al corrente dei piani ed il ricorso a soggetti esterni interessati al rovesciamento dello status quo. È da questo momento che si può cominciare a parlare di congiure in senso stretto. E non saranno poche: noi ci limiteremo alle più significative, elencate dal Donaver nella sua Storia di Genova.
La prima e certamente la più conosciuta delle congiure genovesi successive alle Reformationes Novae è quella realizzata nel 1546 ad opera dei Fieschi, che ha destato l’interesse di storici, letterati e polemisti non solo italiani (basta ricordare, per tutti, il drammaturgo tedesco Friedrich Schiller e la sua opera «La congiura del Fiesco a Genova»). Di questa sorta di tragedia rinascimentale furono protagonisti un giovane venticinquenne (Gian Luigi Fieschi) bellissimo, elegante nel portamento e di lignaggio antichissimo; la di lui madre (Maria Grosso Della Rovere), precocemente vedova di Sinibaldo Fieschi e nipote del papa Sisto IV; la moglie di Gian Luigi (Eleonora Cybo), anch’essa nipote di un papa (Innocenzo VIII) e oggetto del corteggiamento di Giannettino Doria. Quest’ultimo, erede designato dello zio Andrea, ma privo delle sue qualità politiche e morali, è il «Don Rodrigo» della situazione ed anche lui, come il personaggio manzoniano, verrà alla fine sanzionato dalla Provvidenza. Non miglior sorte, per altro verso, spetterà al giovane Fieschi.
Va detto, in premessa, che i rapporti tra la famiglia Doria e quella dei Fieschi non erano stati, fino al momento che ci interessa, particolarmente conflittuali, anzi: il conte Sinibaldo Fieschi aveva validamente collaborato con Andrea Doria, anche con contributi economici importanti per l’affermarsi della politica dell’ammiraglio sullo scacchiere mediterraneo ed europeo. Tuttavia, successivamente alla morte di Sinibaldo e già a partire dalla metà degli anni trenta di quel secolo, si cominciano a vedere alcuni precedenti significativi. Nel 1534 la vedova Fieschi aveva concesso diritto di reclutamento nei propri feudi ad un Gonzaga che era al servizio del Re di Francia (e quindi nemico della Repubblica, alleata dell’Imperatore Carlo V di Spagna). Questo fatto, formalmente gravissimo, venne tuttavia considerato come una decisione avventata, legata a questioni di confine tra feudi dell’entroterra. L’anno dopo, peraltro, la cosa si ripeté, con l’aggravante che il giovane Gian Luigi vi era personalmente coinvolto. Fu Andrea Doria in persona a decidere di soprassedere anche in questa occasione, tenuto conto che la dimensione evidente del rischio corso dall’erede di Sinibaldo rendeva poco verosimile il tradimento. Ancora l’anno successivo, però, fatti analoghi si riprodussero, ivi compresi il sostegno logistico e i rifornimenti forniti dalle terre dei Fieschi, soprattutto da Savignone, a truppe filo francesi che avevano inutilmente progettato di assalire Genova. Naturalmente, malgrado l’Ammiraglio si rifiutasse ancora di credere alla congiura, l’apparato che lo circondava divenne sempre più attento e circospetto. Di nuovo nel ’41 e nel ’44 sono documentati momenti in cui probabilmente Gian Luigi ebbe intese con forze filo francesi, malgrado il Doria continuasse a mostrarsi fiducioso nei suoi confronti ed a difenderlo di fronte all’Imperatore.
Nell’autunno del 1545 ci fu un passo avanti decisivo in questa vicenda: Gian Luigi acquistò quattro galee da Pier Luigi Farnese, figlio del Papa Paolo III. Quest’ultimo, amico del cristianissimo Francesco II, re di Francia e nemico naturale di Carlo V, aveva in grande antipatia Andrea Doria, che si opponeva al suo progetto di sistemare un proprio familiare a capo del Ducato di Milano. Il contratto di acquisto delle galee prevedeva che tre di queste avrebbero poi navigato al soldo del Papa. Tutto ciò avvenne senza che della cosa fosse data notizia all’Imperatore, il quale invece, dati gli stretti rapporti di alleanza con Genova, aveva ben diritto a lamentarsi per non essere stato messo al corrente, da parte di un eminente cittadino della città federata, di una trattativa di questa importanza economica e militare, tanto più che dalla corte di Parigi giungeva notizia che il re di Francia facesse affidamento su quelle navi come se fossero a suo diretto servizio. È il caso di aggiungere che nel frattempo la rivalità tra il Fieschi e Giannettino Doria (che, ricordiamolo, ne corteggiava sfacciatamente la consorte) cresceva tanto da divenire oggetto di considerazioni nelle lettere inviate dall’ambasciatore di Spagna a Carlo V. Nel Giugno del ’46, Gian Luigi si recò a Roma, dove ottenne dal Papa che questi gli mettesse sotto contratto anche la quarta galea, ma nel dicembre questa giunse inaspettata nel porto di Genova. Il fatto venne giustificato come un ripensamento di Paolo III, ma la verità era che tra l’estate e l’autunno aveva avuto luogo una serie di contatti, dai quali era scaturito il piano definitivo per portare a compimento la congiura.
Con la scusa di provvedere all’armamento della nave per una spedizione nel Levante, il Fieschi introdusse in città, negli ultimi giorni di dicembre, circa trecento uomini, che teneva alloggiati nella propria dimora in via Lata. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del ’47 la cosa ebbe il suo epilogo: Gian Luigi intendeva uccidere Andrea e Giannettino Doria, insieme ad Adamo Centurione (grande banchiere legato a doppio filo all’Ammiraglio su tutte le operazioni finanziarie di Spagna ed altro), impadronirsi della flotta ancorata in porto e suscitare una sollevazione popolare. Impadronitosi così del potere, contava di poterlo mantenere, contro Carlo V e la fazione genovese avversa, grazie all’appoggio del Papa e del Re di Francia. L’operazione, tuttavia, fallì in pieno. Infatti, malgrado fosse riuscita la cattura delle navi e lo stesso Giannettino Doria fosse stato passato a fil di spada dagli uomini di Gerolamo, fratello di Gian Luigi, Andrea Doria, sebbene malato, riuscì a fuggire ed a rintanarsi nel castello di Masone, di proprietà del suo amico Centurione. Ma il vero disastro fu dovuto al caso: Gian Luigi, mentre passava su una tavola da una delle galee ad un’altra, scivolò in acqua e, portato a fondo dal peso della corazza, affogò miseramente. Ciò indusse la popolazione, già abbastanza tiepida davanti all’idea della sommossa, a restarsene chiusa in casa, in attesa degli eventi. Il Fieschi sopravvissuto, Gerolamo, dopo pochi ed infruttuosi tentativi di infiammare il popolo, trattò con la Signoria per avere un frettoloso perdono ed, ottenutolo, scappò a chiudersi nel proprio munitissimo castello di Montoggio. La cosa però non finisce qua. L’ottantenne ma sempre tosto Ammiraglio, tornato in città, fece revocare il perdono ed iniziò una durissima repressione nei confronti dei congiurati. Il feudo dei Fieschi, di derivazione imperiale ed uno dei più antichi ed estesi dell’Italia settentrionale, venne smembrato e diviso tra la Repubblica, Andrea Doria ed i suoi più stretti collaboratori, nonché gli stati di Parma e di Milano. Il castello di Montoggio venne posto sotto assedio da parte di un esercito capeggiato da Agostino Spinola.
L’assedio durò dall’11 marzo all’11 giugno del ’47. In quella data la fortezza venne espugnata ed una parte dei capi della congiura trucidati. Un mese dopo, all’alba del 12 luglio, nella cappella di San Rocco, ai piedi del castello, Gerolamo Fieschi e gli altri congiurati rimasti accanto a lui assistettero alla loro ultima messa. Dopodiché vennero separati ed inviati ognuno a scontare la propria pena, che per alcuni fu la galera o l’esilio e per altri l’impiccagione o la decapitazione. Gerolamo Fieschi fu decapitato immediatamente, sul posto.
Nel settembre del ’47 il castello venne minato e fatto saltare in aria, ma occorsero altri due anni di lavoro per raderlo al suolo e ridurlo nelle condizioni in cui si trova attualmente.
La storia della congiura dei Fieschi, che in termini di stretto diritto penale si pone indiscutibilmente come la storia di un crimine di lesa maestà contro la patria e la repubblica, è stata oggetto, sotto un profilo più ampio, di varie letture, che vanno dalla esecrazione per il tradimento alla esaltazione per il tentativo di ripristinare la libertà popolare. Entrambe le posizioni hanno i loro limiti: qui si propone una interpretazione storicista che prescinde dalle valutazioni dei personaggi. Il secolo XVI fu il periodo della grande espansione dei banchieri genovesi e degli «asientistas» che fornivano navi e servizi alle nascenti potenze nazionali europee e soprattutto alla corona di Spagna. I Fieschi, feudatari di antica nobiltà di investitura imperiale, rimasero ai margini di questo movimento espansivo, mantenendo i rapporti con il contado, cercando semmai di ampliare i possedimenti oltre appennino e conservando l’antico ruolo e prestigio, ma rendendosi sempre più diversi, e sempre meno forti, rispetto agli altri soggetti che dominavano la scena politico economica della Repubblica.
La congiura del 1547 fu la logica conseguenza di questa situazione, come tentativo di reagire alla progressiva emarginazione che la famiglia stava subendo a causa del modificarsi del contesto socioeconomico. Va aggiunto che se, a seguito di questi eventi, i Fieschi scomparvero definitivamente dalla vita politica genovese, la congiura da essi tentata produsse, per la Repubblica, problemi di affidabilità internazionale di non poco conto, tanto che Andrea Doria dovette confrontarsi duramente con la diplomazia spagnola (soprattutto con Don Ferrante Gonzaga, viceré e governatore di Milano e con Don Gomez Suarez de Figueroa, ambasciatore dell’Imperatore presso la Repubblica) che mirava al controllo diretto di Genova, centro finanziario e marittimo di vitale importanza per l’impero e strategica porta d’accesso al milanese ed alla pianura padana. I problemi con gli spagnoli vennero sostanzialmente risolti dopo un aggiustamento istituzionale del dicembre di quel 1547 (legge detta del Garibetto o del Gaibetto, perché con quella norma si dava il gaibo - un aggiustamento, un perfezionamento - alle Reformationes Novae di vent’anni prima) successivamente al quale vennero ad esaurirsi gli sforzi delle autorità spagnole per porre una propria guarnigione a guardia della città.
Prima della morte, sopravvenuta il 25 novembre del 1560, alla tenera età di quasi novantaquattro anni, Andrea Doria ebbe a che fare ancora con un’altra congiura: quella di Giulio Cybo.
(1 - continua)