Quelle fotografie dove le parole diventano abiti

Tutto è iniziato, forse, con la sua tesi di laurea. Dove tentando di mettere a fuoco l'immagine che emerge di Genova nei videoclip musicali che l'hanno eletta a location, ha capito che quell'immagine voleva scriverla lei, insieme a tante altre.
Certo, la fotografia era già una passione ma proprio attraverso gli studi, tante esperienze e workshop Marta Bacigalupo (classe 1984) ha iniziato a guardare il mondo con la volontà di iscrivervi la propria visione. Che è fatta di ordine, ricerca di equilibrio e di quelle relazioni che ne determinano, sebbene per brevi lassi di tempo, una certa stabilità. Così la giovane fotografa, pendolare tra Genova e Pavia, scopre la fotografia in primis attraverso l'immagine. Osserva quella che declina la musica per poi rincorrere i tempi lunghi del backstage de «La media matematica», cortometraggio di Bellocchio, nel laboratorio «Fare cinema». E, ancora, si impegna come volontaria al Festival della Letteratura di Mantova per verificare sul campo come la cultura possa essere traslata in un'immagine, magari a cavallo tra reportage e ritratto. Già, il ritratto, forse si dedicherebbe «solo» a questo, ma è presto per dirlo. Perché in questo processo di definizione del proprio linguaggio Marta non si nega il piacere della sperimentazione.
Osserva l'immagine nel suo essere comunicazione e quindi spazio, tempo e notizia e intanto guarda ai grandi maestri italiani. A Gianni Berengo Gardin, con il quale ha seguito un workshop e a Ugo Mulas, che con le sue «Verifiche» ha mutato il pensiero sulla fotografia attraverso la fotografia stessa. E forse sono proprio questi due poli, tra i tanti possibili, a improntare la sua ricerca. L'avvicinamento al reale, in immagini che però decantano il documento nell'ordine visuale e, d'altro canto, la volontà di operare criticamente all'interno del medium traendone, perché no, anche materia del proprio fare mondo.
Questo duplice indirizzo traspare nei progetti che l'hanno più impegnata e che oggi stanno trovando sintesi in un lavoro in progress sulle botteghe storiche genovesi, sviluppato nel contatto diretto con quel patrimonio culturale che sono gli uomini prima degli spazi. Il progetto è maturato dopo un lavoro su Genova, impostato sulle opposizioni, presentato tre anni fa «fuori città», a Treviso, dove categorie quali il commercio, le strade o le tracce prendevano corpo per anime antitetiche. Così i vicoli e la passeggiata di Nervi, la Lanterna e il gasometro di Cornigliano e via dicendo. Dopo ha realizzato un lavoro site-specific ai Musei Civici di Pavia nell'ambito del progetto nazionale Gemine Muse 2010 (fino al 17 ottobre 2010). Questa volta ha letto lo spazio nel suo essere potenzialmente teatro della sua volontà immaginifica. Ha scovato due miniature ove le figure di Venere e Santa Teresa sono delineate attraverso la parola e ha fatto stampigliare quei versi su un abito affinché lo indossasse una donna moderna. Di questa traslazione del verbo - che ieri disegnava la carne per oggi vestirla - l'immagine è mise en scène che traghetta la parola nel museo per fermarsi, tra camouflage e riscrittura, dove la vita, e quindi la contemporaneità, esige.