Quelle note coraggiose suonate nei lager

KZ potrebbe essere la sigla asettica di un’azienda o di un prodotto. È invece la sintesi di una lungo sostantivo tedesco che indica un luogo che ancor oggi sgomenta: Konzentrazionlager, campo di concentramento. Se a questa sigla aggiungiamo l’aggettivo Musik, ecco il titolo dell’Enciclopedia della musica composta nei campi di concentramento, un’immane opera di documentazione che un musicista e studioso di Barletta, Francesco Lotoro, ha effettuato in più di vent’anni di lavoro. Parte considerevole di questo patrimonio umano e musicale è stato inciso in 24 CD dall’etichetta Musikstrasse, corredato da brevi profili dei compositori e dei luoghi di internamento dove furono scritte. Si tratta di un corpus di oltre quattromila opere, scritte da musicisti di qualsiasi nazionalità, lungo un arco di tempo di dodici anni che va dall’apertura del campo di Dachau (1933) alla capitolazione del Giappone, nell’agosto del 1945.
Ebrei e cristiani, quaccheri e geovisti, comunisti e omosessuali, semplici prigionieri civili e militari hanno composto nei più svariati generi musicali durante la prigionia, spesso in condizioni estreme, vergando le note perfino sulla carta igienica. Più spesso i musicisti-deportati erano meticolosamente organizzati dagli stessi carcerieri. L’attività musicale, infatti, aveva un effetto distensivo sugli internati e, in alcuni casi i carcerieri, per esempio i tedeschi, non avrebbero mai rinunciato al piacere della musica. I campi nazisti pullulavano di orchestre: ad Auschwitz ben sei, fra i quali una tutta al femminile); mentre nell’altrettanto famigerato lager di Dachau ottantaquattro professori ebrei allietavano la domenica musicale non solo con composizioni scritte per l’occasione ma con una dieta a base di Mozart e Beethoven. E in barba ai divieti si suonava il jazz, che i gerarchi avevano bollato come massima espressione dell’arte negroide degenerata, ma che poi ascoltavano nelle loro feste private.
Un caso a se stante fu quello del campo di Theresienstadt, dove il regime nazista deportò il fiore della borghesia e dell’intellighenzia ebraica per mostrare al mondo una città «giudea» interamente indirizzata alla cultura. Lì vi furono internati compositori che sarebbero stati di primo piano come Erwin Schulhoff e Viktor Ullmann: la tubercolosi e la camera a gas di Auschwitz li strapparono dalla vita. Ad Auschwitz fra l’acre odore dei morti si faceva cabaret. Immaginare che in quella geografia del dolore che era il sistema di prigionia e sterminio nazista ci fosse sempre musica, è qualcosa che lascia basiti. Ma fa parte del mistero stesso dell’animo tedesco, in cui barbarie e cultura erano inscindibili. Lotoro ricorda una cantante ebrea livornese, Frida Misul, deportata ad Auschwitz, specializzata in parodie canore. Una guardia le spaccò i denti con il calcio del fucile, costringendola a cantare subito Mamma son tanto felice.
L’esplosione di creatività musicale nei campi di prigionia e sterminio era una reazione disperata: «Alla morte intellettuale l’uomo non si rassegna. Non c’è più distinzione di razza o di religione, davanti alla morte la musica diventa un testamento. È qualcosa che rimane, qualcosa che si lascia per non essere dimenticati», ci rammenta Lotoro. Se così non fosse non si comprende l’immenso lascito che questa straordinaria iniziativa storico-editoriale testimonia. E la qualità delle musiche conta relativamente. Accanto al Quatuor pour la fin du temps che Oliver Messiaen scrisse nello stalag di Goerlitz ci sono musiche che difficilmente raggiungeranno quell’altezza, ma nondimeno sono vivi documenti di un dramma umano. Primo Levi a un ufficiale che gli aveva brutalmente strappato un pezzo di ghiaccio con cui placare la sete, chiese «Perché?». «Qui non c’è un perché». E ancora oggi non c’è. Ma quelle voci ora tornano dall’abisso