Quelle toghe assetate di condanne

In questa legislatura, che ormai sta per finire, vorrei tornare sul tema della «malagiustizia», che per tanti, ma tanti anni ho trattato. Partiamo dal caso Tortora, un caso del lontano passato: ma, per essere liberi, non bisogna dimenticare il passato, perché c'è qualcuno che vuole farcelo dimenticare, e, se vogliamo la democrazia essa presuppone uno stato di diritto.
Enzo Tortora, dopo un lungo e scandaloso processo, venne assolto il 15 settembre 1986. Subito dopo Marco Pannella lanciò un referendum sulla responsabilità civile del magistrato. Il referendum venne stravinto (novembre ’87), ma il Parlamento nella legge di attuazione lo vanificò completamente. Non è la prima volta che il Parlamento protegge i giudici. Oggi Marco Pannella lotta contro i parlamentari per una amnistia, ma, come al solito, forse non verrà ascoltato perché quasi tutti preferiscono la prigione in nome della sicurezza. Ma c'è sempre la forza delle cose: l’eccessivo affollamento delle carceri.
I giudici sono tantissimi, ma io vorrei subito limitare le mie osservazioni alla giurisdizione penale, escludendo radicalmente quella civile. E in quella penale il protagonista è il magistrato inquirente, la pubblica accusa che ha sostituito la polizia giudiziaria per avere più potere. Ho scritto un articolo su un professore universitario chiamato in tribunale per una semplice testimonianza: è uscito dal Palazzo terrorizzato per l’arroganza del pubblico ministero. Si soleva dire allora meglio un poliziotto che un procuratore!
I giornali parlano solo dei magistrati che lavorano in penale e quindi essi hanno più fama: cercano il consenso del pubblico per avere più potere (le famose mani pulite). Ora nella giurisdizione penale tra i magistrati c'è una forma di solidarietà quasi sempre fra inquirente e giudicante, che ubbidisce passivamente al primo, mentre dovrebbe essere sopra le parti, poi molto spesso fra il primo ed il secondo grado. Questo per corporativismo: per ottusità mentale (vedi il caso di Adriano Sofri che con grande stile ha sempre proclamato la propria innocenza davanti a tanti tribunali) o per ragioni politiche (vedi il caso di Marcello Dell'Utri).
Veniamo all'interpretazione delle leggi. Con il positivismo giuridico di Norberto Bobbio il giudice era soltanto la voce della legge, ma Magistratura democratica avanzò un tempo la tesi opposta: il giudice era creativo, doveva guardare alle grandi mete politiche, ai profondi sentimenti del popolo. Facilmente la dottrina, cioè la scienza giuridica, mostrò, testi alla mano, che questa era una teoria nazista. Ma senza guardare a questa tesi, dobbiamo mettere in luce una grande faciloneria pur di condannare l'imputato.
Io amo la formula «oltre ogni ragionevole dubbio», ma nel diritto penale italiano è scomparso il proscioglimento per insufficienza di prove. È rimasta un'altra forma che proscioglie, ma lascia l'ombra della colpevolezza. Per una condanna ci vorrebbero prove certe e provate e non semplici indizi o semplici congetture. Nel caso di un omicidio ai miei tempi erano necessari l'arma ed il movente. Non furono certo trovati nei processi contro Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro: c'era solo una più che fragile testimonianza di una bibliotecaria. Così anche nel delitto di Cogne si cerca per la condanna di Anna Maria Franzoni un impalpabile raptus. Ma i giudici - esclusi quelli di Cassazione - hanno sete di condanne. E dire che anche l'inquirente dovrebbe cercare prove a favore dell'imputato!
Per concludere, parliamo del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Secondo la Costituzione (art. 104) esso è un «ordine» e non un «potere» e con compiti amministrativi estremamente limitati (art. 105). Quando volle svolgere altre funzioni credendosi un vero potere (agiva contro Craxi) il presidente della Repubblica Francesco Cossiga minacciò di mandare i carabinieri a presidiare l'aula dove doveva riunirsi il Csm. Poi incaricò Livio Paladin, un ex presidente della Corte costituzionale, di dirigere una Commissione per chiarire i poteri del Consiglio superiore della magistratura. Ma i risultati di questa Commissione furono mandati nel dimenticatoio dal Parlamento. Non era la prima volta che il Parlamento proteggeva i magistrati più radicali. Quando il ministro della Giustizia Filippo Mancuso il 14 maggio 1995 in base alla Costituzione (art. 107) fece fare un'ispezione al Tribunale di Milano dove imperava un certo Francesco Saverio Borrelli, il padre di Mani Pulite, il Parlamento dopo pochi giorni lo sfiduciò, il 1° luglio 1995.
La sinistra talvolta grida che non bisogna delegittimare la magistratura. Ma purtroppo troppo spesso i procuratori amano solo il tintinnio delle manette e i giudici vedono nel carcere il luogo di redenzione dell'imputato. E della responsabilità civile del magistrato nessuno parla.