Quelle vergognose «badogliate», un sinonimo di tradimento

Non molto tempo fa ebbi modo di leggere i risultati di un’indagine statistica, a cura di Arnaldo Ferrari Nasi e non ancora pubblicata, sull’8 settembre 1943. Il dato più impressionante è che circa il 18 per cento degli italiani non ha un giudizio proprio sugli avvenimenti di quei giorni: i quali furono una vera bomba atomica sulla società italiana e sul concetto stesso di Italia.
Il 25 luglio Vittorio Emanuele III aveva deposto e fatto arrestare Benito Mussolini, determinando il crollo del regime fascista, ma fu infelicissima la scelta del nuovo capo del governo, Pietro Badoglio, che aveva comandato la fascistissima guerra all’Etiopia. Badoglio era a capo dell’esercito all’inizio della seconda Guerra mondiale e quindi corresponsabile dell’impreparazione italiana e del disastroso risultato dell’attacco alla Grecia. Invece di uscire subito dal conflitto, o di dichiarare guerra alla Germania, il nuovo regime - a tutti gli effetti una dittatura militare - annunciò che la guerra sarebbe proseguita «al fianco dell’alleato tedesco». Nel frattempo fu ordinato di sparare «come in combattimento» contro i manifestanti. La disposizione venne osservata e, soltanto nella settimana successiva al 25 luglio, la truppa uccise 81 cittadini e fece 320 feriti, per lo più scioperanti.
Hitler non credeva affatto alle promesse di Badoglio e dal 26 luglio, con la buona scusa di resistere all’avanzata alleata, vennero fatti affluire in Italia forti contingenti tedeschi. Il Führer non si sbagliava e in agosto cominciarono le trattative segrete di Badoglio con gli alleati per l’accordo che sarebbe stato firmato il 3 settembre a Cassibile. Era «l’armistizio segreto», reso pubblico cinque giorni dopo, alla radio, con una formula ambigua: «Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza».
L’8 settembre è un tema tanto studiato quanto poco risolto nella coscienza nazionale, perché provocò la divisione dell’Italia in due tronconi e la conseguente guerra civile fra Regno del Sud e Repubblica di Salò, come vennero generalmente chiamati. Il nuovo libro di Marco Patricelli (Settembre 1943, Laterza, pagg. 330, euro 20) è un’efficace, impressionante ricostruzione di quei giorni, a partire dal sottotitolo, quanto mai significativo: I giorni della vergogna.
Patricelli, che unisce la preparazione dell’accademico alla capacità di racconto del giornalista, è già autore fra l’altro di L’Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile, 1940-1945 (Laterza), un saggio esemplare per l’intreccio di documentazione, testimonianze inedite e racconto della vita quotidiana degli italiani. Settembre 1943 ha le stesse caratteristiche, accentuate dal ritmo narrativo e da uno sdegno non celato per i comportamenti di chi doveva pensare al bene del popolo italiano e invece pensò anzitutto alla propria salvezza, mascherandola da ragione di Stato: «Accade tutto in poco più di novanta ore: dal tardo pomeriggio di mercoledì 8 al primo pomeriggio di domenica 12 settembre 1943»: l’8 Vittorio Emanuele III e Badoglio abbandonano Roma per fuggire prima a Ortona e da lì, via nave, a Brindisi; il 12 Hitler riuscì - con un colpo di mano - a liberare Mussolini dalla prigionia di Campo Imperatore, sempre in Abruzzo. L’8 settembre è dunque la storia di due fughe. Quella del re e del governo abbandonò «due milioni di italiani in grigioverde sballottati dalla tempesta degli eventi in patria e nei territori occupati», quella di Mussolini - che si sarebbe potuta evitare se Badoglio avesse dato ordine di trasferire al sud l’ex duce - aprì la strada alla guerra civile.
I tedeschi disarmarono facilmente quasi tutto l’esercito italiano, che aveva principalmente voglia di smettere di combattere, deportandone gran parte nei campi di internamento in Germania. Quando opposero resistenza, i nostri soldati furono massacrati: vedere, in proposito, uno dei volumi che verrà pubblicato nella Biblioteca storica del Novecento del Giornale: Cefalonia. Quando gli italiani si battono, di Gian Enrico Rusconi (Einaudi). Il 13 settembre, delle 82 divisioni esistenti cinque giorni prima, ne rimanevano solo 7 in Italia, una nel Dodecaneso e una, appunto, a Cefalonia. I nazisti sequestrarono quantità enormi di materiali utili alla guerra e alla vita civile e occuparono due terzi dell’Italia, ripristinando subito le organizzazioni fasciste. A proposito del comportamento dell’ex alleato, Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, scrisse sul diario: «Il vecchio Hindenburg aveva ragione quando disse che nemmeno Mussolini sarebbe mai riuscito a fare degli italiani altro che degli italiani». La frase spiega bene il successivo, feroce, comportamento dei nazisti.
Come nota Patricelli, se il re e Badoglio avessero deciso subito di combattere, invece di fuggire, avrebbero potuto disporre di sufficienti forze per contrastare i tedeschi. Invece tutto si ridusse alla «battuta da avanspettacolo» che il generale Giacomo Carboni - capo dei servizi segreti e del corpo corazzato che doveva difendere Roma - disse a Vittorio Emanuele: «Maestà, se i tedeschi si ritirano, sono pronto a inseguirli». Badoglio non fu da meno, e anche nel dopoguerra si difese con un vergognoso gioco delle tre carte, sostenendo, di volta in volta «Queste erano cose da militari e io ero il capo del governo», oppure «Queste erano cose politiche e io ero un militare».
La giustificazione della fuga a Brindisi fu che si doveva garantire anzitutto la continuità dello Stato. È vero, ma - sostiene Patricelli - «è anche vero che di quello Stato si era garantita l’integrità di una sola parte, mettendo davanti a tutto l’incolumità personale piuttosto che quella istituzionale... Se poi i Savoia fossero caduti in combattimento, o durante la battaglia per Roma, o fossero stati fatti prigionieri, avrebbero semplicemente adempiuto al loro dovere di capi e di guide della nazione... Il senso stesso di appartenenza, se non addirittura di incarnazione dello Stato, richiedeva un atto di responsabilità personale attraverso una presenza fisica e morale».
Nell’indagine statistica che abbiamo citato all’inizio, il 69,9 per cento degli italiani ritiene - oggi - che quello del re fu «un comportamento irresponsabile» (di parere contrario il 12,4 per cento, con un sorprendente 17,7 per cento di «non so»). Non possono esserci dubbi, però, sul comportamento di Badoglio. Secondo lo scrittore tedesco Erich Kuby: «È ancora possibile comprendere il comportamento del re, perché da ventun anni non è stato più, in sostanza, il re d’Italia, ma soltanto il capo della famiglia Savoia. Per i generali, invece, che nel pieno infuriare della guerra piantano in asso un esercito combattente, non esistono scusanti».
Non a caso quella tragica vicenda originò un nuovo verbo nella lingua inglese: to badogliate, che indica - ricorda Patricelli - «un’azione maldestra, ambigua, pasticciata, furbastra, venata di tradimento: qualcosa di molto italiano secondo i peggiori luoghi comuni sulla propensione agli intrighi e alla doppiezza». La stiamo pagando ancora, nel giudizio internazionale.
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