Quelli che gliene cantano quattro in dialetto calabrese. E non solo

Le tasse, la miseria, i soprusi. E poi il Parlamento, il governo. Chi vorrebbe cantargliene quattro e chi, potendo, passerebbe direttamente alle maniere forti. Chi infine gliele canta e gliene suona. Insomma, non gliele manda certo a dire. A partire dal titolo del cd, «Guviernu puorcu, latru, camurrista (e l'amuri)», appena inciso dal trio musicale ligure Ars Populi che ha esordito in due concerti organizzati il 5 e il 6 gennaio dalla Provincia di Vibo Valentia.
Non si tratta di un pamplet sull'attuale situazione politica italiana. Di più. «Sono - spiega il chitarrista Giovanni La Grotteria che insegna a Savona ma è nato a Monterosso Calabro - antiche pizziche e tarante calabresi composte su testi di poeti come Luigi Gallucci, Giuseppe Monaldo, Antonio Martino e Achille Curcio». «Testi ricchi di invettive e di accuse di ingiustizia rivolte ai primi governi del Regno dopo il 1861», aggiunge il pianista Guido Bottaro che invece insegna in una scuola a indirizzo musicale genovese. Due professori di musica (accompagnati dal batterista Pino Di Stadio) che nell'anno delle celebrazioni dell'Unità d'Italia si sono dedicati alla riscoperta delle canzoni popolari calabresi composte all'indomani dell'unificazione. Ci sono anche storie d'amore come «Novi amanti», o «Maria Nicola»: una contadina sedotta da un Lord inglese che per farsi bella si vestiva da sciantosa («te si misa na vesta gialla che quando camini lu culu te balla»). Ma la maggior parte sono di condanna della politica, della corruzione. Come nel caso delle ballate «Pani e lavuru» e «Li tassi e la muorti» che sembra scritta ieri: «Le tasse ve le racconto e quando finisco, da adesso fino a domani, non ve ne dico la metà». Mentre per i nostalgici non manca un preghiera a Vittorio Emanuele II: «Padre Vittorio, re d'Italia tutta, aprite gli occhi, pulitavi le orecchie, i sudditi sono tutti immiseriti».
In tutto dodici tarante dal ritmo sfrenato tipico del folklore calabrese ma rivisitate dal trio, che proviene dal mondo del conservatorio e della musica colta, secondo i modelli universali della musica classica e jazz. In sostanza, spiega Bottaro, «Si è trattato di un lavoro artistico sui ritmi e sulle melodie meridionali tradotti in un linguaggio musicale più attuale e moderno». Per i testi non ce n'è stato bisogno. Perché ancora oggi, a 150 anni di distanza, pensando a certi politici «Tutti vorissuvu senza riguardu supra li natichi squajjatu 'u lardu». Con tanto di rima.