Quelli che a Segrate non rinuncerebbero mai ma non vogliono dirlo

C ontinua il tormentone sulla Mondadori. Neanche il riposo estivo ha portato ristoro alle tormentate coscienze degli intellettuali italiani assillate da questioni etico-morali. Frotte di autori si chiedono con una mano sul cuore (l’altra è sul portafogli): si può pubblicare per la casa editrice di proprietà della famiglia Berlusconi? O è cosa indegna di un democratico? Ultimo in ordine di tempo il teologo Vito Mancuso il quale, capace di farsi una domanda ma incapace di darsi una risposta, chiede consiglio alle altre firme di Repubblica in affari con Segrate e marchi collegati, cioè quasi metà redazione: Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano, Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi. Tutti quanti spediti a farsi l’esame di coscienza da Mancuso. E loro che fanno? Nicchiano. Prendono tempo. Fanno qualche distinguo. Alla fine, giustamente, rimarranno dove sono. Nel primo gruppo editoriale italiano, in cui si trovano benissimo. Solo che devono fare formale atto di antiberlusconismo.
Il risultato? Puro contorsionismo. Pietro Citati sottolinea di aver avuto «assoluta libertà e utilissimi consigli». Come Mancuso, però, attende «una risposta». Si direbbe più decisa Michela Marzano: «Sono sempre pronta a criticare le leggi ad personam e ad aziendam». Ci mancherebbe altro. Ma poi aggiunge: «Resto fedele alle persone con cui ho lavorato e che hanno creduto nel mio lavoro». Corrado Augias: «Nel mio libro I Segreti di Roma parlo dell’acquisto truffaldino da parte di Berlusconi della villa di Arcore ai danni di una orfana minorenne. Mezzo milione di persone, anche all’estero, lo hanno appreso da lì, e nessuno mi ha toccato una virgola». Tutto bene? No. Augias non trova «una risposta definitiva ai dubbi di Mancuso» e quindi minaccia: «Al Festival di Mantova porrò il problema e ascolterò l’opinione dei lettori». Chissà che goduria per gli spettatori. Gustavo Zagrebelsky vuole aprire «una riflessione». Adriano Prosperi la chiude: «Mettersi ad aprire una discussione in termini moral-editoriali lascia il tempo che trova». L’opinione di Roberto Saviano, per una volta, non è pervenuta. Lo scrittore aveva comunque già versato l’obolo quando dopo aver confuso la libertà di critica (di Berlusconi verso Gomorra) con la censura si impelagò in una polemica conclusasi così: «Resterò in Mondadori e Einaudi fino a quando le condizioni di libertà saranno garantite fino in fondo».
L’acrobatica Benedetta Tobagi su Repubblica tempo fa esprimeva «profondo disagio» da «autrice Einaudi» per le «tensioni striscianti» da mesi, sul «modo di dimostrare» il suo «impegno». Conclusione: «Però stare dentro Einaudi per me ha voluto dire essere supportata per scrivere al meglio il libro di una vita, e poi vederlo sostenuto e difeso. Ho in mente l’intelligenza, la professionalità, la sensibilità di tanti in casa editrice. L’esperienza di molti autori, non solo Saviano, che hanno potuto esprimersi liberamente, crescere». E quindi ha deciso di rimanere (ma con «profondo disagio», s’intende).
Geniale (si fa per dire) il ragionamento di Nicola Lagioia. Sul sito di Nazione Indiana esprime una speranza: «che Berlusconi per il bene della comunità sia colpito dalla più incruenta delle malattie invalidanti il tempo necessario per essere spazzato via dall’agone politico». Dopo questa serena premessa, l’«autore Einaudi» spiega che «il 90 per cento dei compagni di scuderia sono (sic, ndr) antiberlusconiani» e «se tutti decidessero di cambiare casa editrice verrebbe distrutto patrimonio culturale del nostro Paese destinato altrimenti a sopravvivere all’attuale presidente del Consiglio». E poi l’Einaudi «mi è sembrata la casa editrice poteva supportarmi meglio».
Ah, se potessero dire la verità: «Mi trovo benissimo e mi pagano pure per scrivere robaccia sopravvalutata. Non mi sembra vero. Via da Segrate? Cominci qualcun altro. Io non mi muovo».