Questo mondo canile

Agosto, il tempo delle vacanze e il tempo degli abbandoni. Di cani e gatti portati - nel migliore dei casi - in un canile o lasciati, nel peggiore, su strade e autostrade. Dove i corpi degli amici - non ricambiati - dell'uomo giacciono sfracellati. A volte la presenza sulla carreggiata di cani vaganti e disperati provoca, insieme alla loro morte, incidenti gravi per gli automobilisti. Su questo flagello dell'estate - si calcola che negli anni scorsi gli animali abbandonati siano stati 15mila all'incirca - e sui suoi aspetti affettivi, o disaffettivi, ho informazioni di prima mano perché mia figlia presta opera di volontaria in un canile di Gallarate, e condivide la passione animalista di tanti altri volontari. Appartiene cioè alla congregazione probabilmente un po' fanatica e per qualcuno un po' patetica di chi è disposto a sacrificare tempo e denaro alla salvezza d'un cucciolo «meticcio»: come usano dire gli animalisti per evitare il termine bastardo, considerato diffamatorio.
Un canile è la sintesi, e l'approdo, di tanto dolore: sia pure dolore di esseri cui possiamo giustamente negare l'anima, ma non possiamo negare il cuore. Suscita angoscia, in queste vicende, la sofferenza delle povere creature che al padrone - o alla padrona - si sono consegnate con assoluta fiducia, per la vita. Ma ancor più stringe il cuore la miseria morale di chi - appartenendo alla nostra stessa umanità - fa scempio di affetti e doveri. Prevedo, a questo punto, la replica stizzita. Vero, abbandonare i cani è una brutta cosa, ma vale la pena d'indignarsene in un mondo gremito di guerre, di lutti, di ferocia, di cattiveria d'uomini verso altri uomini?
Io credo che ne valga la pena. Se non altro perché le tragedie di popoli e d'individui rientrano nel catalogo delle grandi ingiustizie, addebitabili a grandi errori o a grandi malvagità. Il ripudio del proprio cane o del proprio gatto rientra invece in una avvilente normalità di gente comune che trova infinite giustificazioni per il suo comportamento. Le storie di canile sono squallide prima che crudeli. Più squallide delle altre, le storie di quanti non hanno voluto subire i condizionamenti che il cane o il gatto imponeva alla loro villeggiatura.
In non pochi casi c'è di mezzo, in queste vicende tristi, un ragazzino che spasimava per avere un cane, magari che somigliasse a quelli di film e telefilm famosi. Me ne occuperò io, prometteva il ragazzino o la ragazzina, lo porterò fuori mattina e sera. Ma poi l'entusiasmo svaniva perché un animale in casa impone determinati obblighi fastidiosi, il bambino o l'adolescente s'era stufato, e i familiari più di lui. E allora: destinazione canile oppure - destinazione ancora più terribile - la strada. A volte proprio la nascita d'un bambino rende difficile, e a un certo punto insopportabile, la presenza d'un animale. Dunque via l'animale (ma non lo si poteva prevedere che arrivasse il pupo?). Accade dell'altro, in peggio. Un anziano o un'anziana ha un cane o un gatto - anch'essi il più delle volte in là con gli anni - oltre a un non disprezzabile patrimonietto. Poi l'anziano o l'anziana defunge. Gli eredi accettano festosamente tutta l'eredità pecuniaria ma non vogliono saperne della bestiola che pure nell'eredità è inclusa. A quel punto con sfrontatezza bussano a un canile per consegnare il cane o il gatto. Quindi se ne vanno sollevati, pensando al conto in banca.
Odiosi. Ma almeno possono dire di non averlo voluto, il cane o il gatto ripudiato. Ma cosa possono mai dire gli altri che l'hanno voluto, che si sono addossata la responsabilità di provvedere - «finché morte non ci separi» - a quell'essere indifeso e fiducioso? È straziante, per chi ha avuto occasione d'assistervi, la scena del padrone che dopo aver lasciato il suo cane in un canile si allontana tranquillo, e il cane lo segue con occhi disperati e gonfi d'amore.
Contagiato dai volontari dei canili, forse indulgo al melenso con questa mia requisitoria contro l'abbandono, e gli abbandonatori. È sempre in agguato qualcuno che lancia l'accusa «i crudeli scherani delle SS tedesche erano tenerissimi con gli animali». Può essere, ma cosa dimostra? Probabilmente tra coloro che abbandonano il proprio cane ci sono padri di famiglia e madri sollecite che ritengono d'essere in pace con la propria coscienza. A me basta vedere gli occhi d'un cane in gabbia per sentirmi - non avendone mai abbandonato nessuno, ci mancherebbe - anch'io colpevole. Come uomo.