Questo Savonarola sembra un talebano

«Quando il potere politico è irresponsabile e rifiuta di essere affidabile, o quando passa nelle mani di élite spietate, fa il gioco di quanti sostengono di parlare in nome della giustizia, della moralità e di Dio. E dobbiamo essere disposti a esaminare e valutare questi personaggi, non perché parlano per conto di Dio, ma perché probabilmente dicono qualcosa di significativo sulla politica del loro tempo».
Si conclude con questo azzardato richiamo al fondamentalismo islamico il saggio di Lauro Martines Savonarola. Moralità e politica a Firenze nel Quattrocento (Mondadori, pagg. 336, euro 19, traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana). Martines, docente all’Università di California e studioso dell’Italia rinascimentale, è convincente nella sua analisi di Savonarola, calato nei suoi tempi come soltanto uno storico può fare: attento a demolire l’immagine di puro fanatismo creata all’epoca dai seguaci dei Medici, ci restituisce un Savonarola «politico», con i suoi ideali ugualitari ispirati dalla carità cristiana. Eppure, per quanto la storia sia maestra di vita e si ripeta sempre, l’associazione Savonarola/talebani implicita nelle conclusioni è un salto davvero troppo brusco per essere accettabile: basti dire che il frate agiva all’interno della cristianità come moralizzatore e democratizzatore del proprio luogo, con furore religioso ma senza mire di scontro di religioni e di civiltà.
Il 1492 fu un anno tragico per la storia di Firenze. La scoperta dell’America porterà a una drastica riduzione dei commerci della ricca città Toscana; nell’agosto di quell’anno divenne papa, con il nome di Alessandro VI, Rodrigo Borgia, ostile ai Medici, e pochi mesi prima era morto il più grande dei Medici, Lorenzo. Da anni il frate domenicano predicava contro i vizi dell’epoca sua, in particolare la simonia, l’amore per il lusso e la sodomia, molto diffusa a Firenze, tanto che i tedeschi chiamavano i sodomiti florenzen. Savonarola annunciava la venuta di un vendicatore divino che sarebbe sceso d’oltralpe. Quando il re di Francia Carlo VIII calò in Italia, nel 1494, Savonarola apparve a molti come un profeta. L’invasione del re francese, in realtà, fu l’inizio della fine del Rinascimento italiano e tra l’altro determinò sia la caduta dei Medici, sia l’istituzione della repubblica a Firenze. Per tre anni, Savonarola dominò la vita spirituale e politica della città, benché Alessandro VI lo richiamasse continuamente all’ordine per le sue denunce contro la corruzione della Roma dei Borgia e per il suo profetismo sull’imminente fine del mondo.
Per capire la durezza del predicatore domenicano basta guardare il suo profilo, nel ritratto che gli fece Fra’ Bartolommeo. Ma Gerolamo non fu un sanguinario, benché minacciasse di morte i sodomiti, ma fu implacabile - insieme ai «piagnoni», come i fiorentini chiamavano i suoi seguaci - nel distruggere con i «falò delle vanità» l’arte che sembrasse scostumata, gli oggetti e gli abiti giudicati di lusso eccessivo. Inevitabilmente, i conservatori fiorentini si allearono con il papato.
Scomunicato da Alessandro VI nel 1497, il 23 maggio dell’anno dopo Savonarola sarà impiccato in piazza della Signoria e il suo corpo bruciato sul rogo, per volontà sia delle autorità politiche, sia di quelle religiose. Moriva così, quando Martin Lutero era ancora un ragazzo, l’unico riformatore religioso italiano che univa alla fede la cultura, il coraggio e un progetto politico. Oggi per la Chiesa Savonarola è servo di Dio e c’è chi si batte per la sua canonizzazione, nonostante le molte riserve della curia.
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