Al Quirinale con i jeans L’ultimo sfregio dell’Onda

Un vero spettacolo. Gli studenti al Quirinale. La fotografia che li mostra all’uscita è inequivocabile. Gli studenti sono vestiti da studenti, anzi da studenti che protestano. Al loro fianco vi sono funzionari e uomini della sicurezza. Gli studenti si riconoscono dalle scarpe: devono essere per forza scarpe da tennis o scarponi sportivi; e devono per forza indossare jeans, maglie e maglioni, non camicie. I dodici ragazzi ricevuti dal presidente della Repubblica non potevano rinunciare alla loro divisa e, in sé, la scelta potrebbe essere giusta.
Ma allora tutti gli altri cittadini di qualunque categoria che, quando sono ricevuti al Senato e alla Camera da semplici parlamentari, devono mettersi la cravatta, sono scemi? Per gli studenti Giorgio è l’unico interlocutore. Lui, a sua volta, è lusingato dal nuovo ruolo che gli studenti gli attribuiscono. In realtà non ci sarebbe niente di speciale ma gli studenti finalmente hanno trovato qualcuno che li capisce e lo vanno a trovare come un vecchio amico.
In verità, non siamo impreparati a comportamenti demagogici di questo tipo, da parte di presidenti della Repubblica. Li adottarono in molte occasioni sia Sandro Pertini sia Francesco Cossiga. Il risultato può essere molto remunerativo, e non è raro che chi aveva ragione di protesta e di lamento venga ridimensionato, si senta appagato e parli quasi in stato di ipnosi. Così, dopo la bella litigata, democratica, con La Russa in televisione, in un confronto autentico, Luca Cafagna si illanguidisce e rinuncia a ogni rivendicazione: «Siamo emozionatissimi, ma vi rendete conto? Questa è democrazia». Cos’hanno ottenuto? Niente. Cosa è cambiato? Niente. Anche Napolitano non scherza e loda i suoi miti interlocutori, travestiti da studenti perché l’ultima manifestazione è stata pacifica, colorata, anche ironica. Dimenticando i comportamenti vili e incivili del 14 dicembre degli studenti che hanno divelto sampietrini, aggredito poliziotti, bruciato macchine e cassonetti, rotto vetrine e messo a ferro e fuoco Roma. Nello scambio fra lui e gli studenti non mancano le mozioni degli affetti e gli accenti retorici. Elena Monticelli osa: «Voglio restare per cambiare in meglio il mio Paese, anche se la nostra è una generazione senza futuro». Con questo entusiasmo, a 23 anni, c’è da augurarsi che vada all’estero, e che rimangano invece giovani, come tanti, e tutti quelli che lavorano a Salemi per esempio, che hanno entusiasmo e voglia di fare. Nel presente, non nel futuro.
Ma Napolitano ascolta tutti, anche se non può schierarsi da una parte o dall’altra. Intanto adesso sappiamo che potremo andarlo a trovare al Quirinale vestiti come siamo. Giorgio sta con gli studenti. E la moglie con i professori. In questo senso stanno entrambi con l’università contro il potere politico. Ho potuto verificarlo io stesso nel giorno in cui Giorgio ha ricevuto gli studenti. Ero a tavola, nel pranzo per l’Accademia di Santa Cecilia, con la signora Clio e Luigi Spaventa, che fu ministro del Bilancio credo, nel governo Ciampi. Quando gli ho chiesto cosa avesse fatto dopo l’esperienza di ministro e la presidenza della Consob, Clio è intervenuta con slancio e dispetto, come se io avessi trascurato una cosa essenziale: «Ma Sgarbi, Spaventa è professore di ruolo all’università». Con quell’improvviso intervento mostrava di attribuire alla dignità universitaria. Un bell’esempio di rispetto delle istituzioni e delle tradizioni. Non so se sia lo stesso che nei confronti dei professori nutrono gli studenti che il marito Giorgio ha ricevuto, sportivamente, al Quirinale.