La rabbia delle femministe meglio dei commenti bon-ton

Ma sì, certo che hanno sbagliato. Le femministe che sabato hanno manifestato contro la violenza sulle donne, non avrebbero dovuto cacciare né le ministre del centrosinistra Pollastrini, Turco e Melandri, né le deputate di Forza Italia Prestigiacomo e Carfagna. Però che noia la sfilata uniforme di commenti bon ton, da Dacia Maraini a Miriam Mafai passando per Maria Laura Rodotà, tutte a bacchettare le giovani streghe maleducate che non sanno far politica. «Autolesionismo», «occasione sprecata», «l'antipolitica ha raccolto i suoi frutti», «vetero-bailamme separatista», si leggeva ieri sulla stampa.
Ebbene, sì, hanno rifiutato gli uomini, mentre oggi sarebbe fondamentale coinvolgerli, perché violenza e stupri non devono essere solo affari nostri, ma anche loro; però volevano riempire dopo tanto tempo la piazza di donne, e ci sono riuscite. Migliaia di donne in corteo fanno un effetto straordinario, che la presenza maschile avrebbe annacquato, inutile negarlo. Hanno respinto le rappresentanti del mondo politico, e hanno sbagliato: se non altro perché ormai ci si poteva illudere di aver sconfitto la storica propensione delle donne a non riconoscersi reciprocamente dignità e autorevolezza, a mettersi ferocemente l'una contro l'altra. Si poteva sperare che nessuna femminista avrebbe gridato «velina» come un insulto a un'altra donna, e siamo sicure che sia possibile essere dalla parte delle donne esibendo fieramente un tacco da dodici centimetri, un trucco perfetto e persino l'appartenenza a un partito di destra (Santanchè insegna).
Però per aderire a una manifestazione bisogna condividerne gli obiettivi, e le organizzatrici avevano duramente criticato «l'approccio securitario» con cui il governo ha affrontato la questione. «Ancora una volta la violenza maschile viene ricondotta a un problema di sicurezza delle città e di ordine pubblico» si legge nel comunicato diffuso dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani. La violenza contro le donne non ha colore, né religione, né cultura, ha solo un sesso, era scritto sui cartelli e gli striscioni del corteo. Non può essere trattata come «devianza di singoli o come responsabilità da addossare alla nazionalità degli aggressori», dice chi ha promosso la manifestazione, perché «è strutturata all'interno della società e della famiglia, e deriva dal dominio storico di un sesso sull'altro». Chi è andato all'appuntamento di sabato accettava, implicitamente o esplicitamente, questa impostazione.
Ma se è vero che la violenza contro le donne è strettamente intrecciata al complesso rapporto di potere tra i sessi, è difficile affermare che non ci sia differenza tra i regimi politici, le religioni e le culture. Così come è assurdo collegare la violenza direttamente alla famiglia, secondo un'analisi datata e semplicistica che fa della famiglia il luogo di ogni nequizia, e sganciarla completamente dal problema della sicurezza urbana.
C'è una lampante differenza tra una religione che ha condannato 2000 anni fa la lapidazione dell'adultera e un'altra che la consente ancora oggi; c'è un abisso tra l'acido buttato in faccia alle disobbedienti - oppure i roghi «accidentali» in cui muoiono troppe giovani spose indiane - e i paesi in cui gli stupratori si processano e si mettono in galera. È impossibile mettere sullo stesso piano un governo democratico e uno autoritario, così come culture in cui le donne sono svalorizzate fino ad essere eliminate prima di nascere, e altre in cui si riconosce loro piena dignità. La famiglia non è la causa della violenza, ma semplicemente il luogo privilegiato delle relazioni intime: ed è nell'attrito della vicinanza quotidiana, delle reciproche dipendenze, che si sviluppa la relazione distorta tra vittima e aggressore. Non distinguere, e buttare tutto nel calderone del sessismo, impedisce di capire e quindi di immaginare e progettare i rimedi, finendo per avere una visione quasi ontologica della violenza sessuale. Se così fosse, sarebbe inutile lottare.